sabato, Luglio 24, 2021

“A classic horror story”: l’Italia torna a fare paura

Firmato da Roberto De Feo (già regista e autore del bel The Nest- Il nido), A classic horror story è il nuovo film di culto del momento per tutti gli appassionati di Netflix. In breve tempo in top 5 in Italia, la pellicola già dal titolo non nasconde ciò che vuole essere: un omaggio al genere horror di per sé, con qualche tocco metacinematografico dichiarato sin dalle primissime sequenze.

La vicenda inizia nel segno della tradizione dei film del terrore, anche se siamo nelle foreste calabresi, territorio inesplorato dal cinema di questo genere: Fabrizio è un aspirante regista che sta offrendo un servizio di car sharing con il suo camper. A bordo accoglie un medico, una giovane coppia e una ragazza che deve abortire. Un incidente con il camper li porterà a rimanere isolati in una radura dalla quale sembra impossibile scappare: il classico non-luogo tipico del filone slasher. I 5 cercheranno aiuto, ma finiranno a dover scappare da una comunità di contadini dediti a sacrifici umani e assassini in nome di antiche leggende locali, su tutte quella di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, fondatori addirittura della mafia.

La trama è onestamente esile e nello svolgersi degli eventi gli avvezzi al genere riconosceranno subito le citazioni disseminate lungo tutti i 95’ del film: da Non aprite quella porta a Misery e La Casa, fino a The Village, Il Prescelto e Midsommar, qui si trova di tutto. Ben mescolato, non molto agitato,  ma senza che vi sia alcunchè di superfluo o forzato ai fini della trama. Il senso di dejavù va da sé, ma è digeribile, anche se il risultato finale manca di un po’ di verve e di qualche sequenza davvero indimenticabile.

De Feo e Strippoli sono stati giustamente premiati al 67° Taormina Film Festival per la loro regia e questo è senza dubbio il punto di forza di A classic horror story e il primo elemento che merita un’analisi: le immagini sono davvero belle, i movimenti della macchina da presa fluidi e non scontati, la costruzione della tensione è buona. Ottima è anche la fotografia, che si esalta nelle sequenze dei riti e in quelle in cui il mondo si tinge di rosso al suono di inquietanti sirene.

Anche la componente sonora è interessante, con qualche tocco argentiano come la nenia infantile (qui “Era una casa molto carina”) o l’uso di rumori e distorsioni al posto di musiche, anche se l’assenza di un tema e di una partitura d’effetto un po’ dispiace.

Bastano questi elementi per finire nella Top 10 di Netflix? Naturalmente no, ed è per questo che il pool di sceneggiatori (sempre guidato dal duo De Feo – Strippoli) cala l’asso sul finale e ci regala un twist ending appunto di shyamalaniana memoria. L’effetto? Potente, ma non potentissimo. Complice anche un disvelamento un po’ pedagogico e una conseguente riflessione sociale interessante, ma fin troppo cristallina. Il tutto poi avviene durante un ribaltamento di ruoli che prende una piega quasi comica, prima con un improbabile litigio e poi con un altrettanto poco credibile monologo che evidenzia anche tutti i limiti di recitazione del cast.

E proprio il cast è il grande neo di questo film: già dai tempi magici di Bava e Argento si vedevano performance da “brividi” e purtroppo poco è cambiato. I nomi di spicco sono Matilda Lutz (L’estate addosso, The Ring 3, I Medici) e Will Merrick (alias Alo, il rosso di Skins 5 e 6) e in effetti sono le bandiere che tengono in piedi la performance, ma nel contesto alcune sequenze sono al limite del fastidioso e questo purtroppo penalizza il risultato d’insieme.

Senza moralismo, il boccone più amaro da digerire di A classic horror story sta però nello script: possibile che il cinema italiano debba sempre parlare di mafia, anche quando i personaggi si raccontano semplicemente delle barzellette? (ps: che non fanno quasi mai ridere!).

In che senso? Si chiederà chi non ha visto il film e ci sta leggendo. Nel senso che le battute, lo sfondo sociale, i riferimenti sono tutti legati al binomio Calabria-Mafia. Per una piattaforma internazionale come Netflix, per un genere come l’horror, in una trama come questa, ha davvero senso di nuovo raccontarsi come il paese della mafia e dei mafiosi?

A classic horror story resta comunque un film che merita di essere visto, se non altro per curiosità, per la bellezza delle immagini, per assistere alla rinascita del cinema horror di qualità italiano. Una rinascita non ancora del tutto avvenuta, ma che sta facendo passi importanti anche e soprattutto grazie a Netflix. Prendano nota i produttori nostrani.

Recensione a cura di Mattia Gelosa

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