venerdì, Settembre 25, 2020

“Gli anni più belli”, una summa del cinema di Gabriele Muccino

Gli anni più belli, protagonista della ripresa delle proiezioni dopo il lock down, porta sugli schermi dei cinema italiani (al chiuso e all’aperto) un gradito e riuscitissimo ritorno, quello del vero Gabriele Muccino, uno dei nostri registi più noti all’estero.

Giulio e Paolo sono due giovani adolescenti che, usciti dalla discoteca, si trovano al centro di una violenta sommossa popolare, con tanto di sassaiole e molotov contro la polizia. A fianco a loro, un ragazzo cade a terra colpito al ventre da un proiettile vagante: i due lo portano in ospedale e questi, “sopravvissuto”, si unirà a loro divenendo il terzo membro di un gruppetto di amici affiatatissimi.

Dall’adolescenza fino all’età adulta, i tre cresceranno seguendo percorsi di vita diversi, ma costantemente intrecciati, nonostante difficoltà, litigi, ideologie politiche e sociali contrastanti e un tenore di vita ben diverso.

Il film di Muccino è lungo oltre due ore, ma non soffre mai di momenti di stallo: seguire le diverse storie dei protagonisti permette continui cambi di focus, di ambientazione, di stato d’animo e questo rende impossibile avere tempi morti. Le vite dei tre si incrociano di continuo: per loro volontà, per pura coincidenza, perché in fondo l’unica cosa che sono certi li renda pienamente felici è poter brindare alle cose belle della vita.

Tutto ruota attorno ai personaggi, persino la macchina da presa spesso si muove circondandoli, quasi escludendo dalla scena luoghi e scenografie, come a sottolineare che certi problemi e drammi soprattutto adolescenziali siano indipendenti dal contesto in cui si vive. I primi amori, le lotte con i genitori, la voglia di ribellarsi alla società e godere la vita, il dramma della morte: elementi che sono in parte cliché cinematografici, ma che sono anche situazioni in cui chiunque si riconosce o riconosce il ragazzo che è stato.

E proprio sulla diversità dei protagonisti si regge l’impianto del film: Giulio (Francesco Centorame/Pierfrancesco Favino) ha origini umili, ma è ambizioso e diventa un grande avvocato; Riccardo “il sopravvissuto” (Matteo De Buono/ Claudio Santamaria) si batte per sopravvivere con un precario lavoro da critico cinematografico freelance e la politica per il cambiamento. Infine, Paolo (Andrea Pittorino/ Kim Rossi Stuart) aspira a diventare docente di ruolo, ma è assorbito da problemi sentimentali e vive molti anni accudendo la madre malata.

Naturalmente, a cambiare le rotte della vita è l’amore, i cui venti improvvisi scuotono le vele di uomini che talvolta si trasformano in navi alla deriva: gli impulsi adolescenziali si trasformano in sguardi appassionati e tradimenti nell’età adulta, con l’effetto che l’amore rompe sempre gli schemi, i rapporti, la calma piatta di vite che si adagiano sui ritmi della noia.

Muccino mette in scena i suoi tipici litigi urlati, ma stavolta ci sono anche momenti in cui è importante il silenzio: quello imbarazzato di due ex fidanzati che si rivedono dopo anni e per pura coincidenza sul bus, quello di un padre che aspetta seduto su un marciapiede di poter parlare col figlio che è andato a vivere altrove con la moglie, quello di una famiglia che a tavola non ha argomenti di cui parlare, perché dalle bocche di tutti uscirebbero solo accuse o segreti.

Il regista si fa se vogliamo più raffinato, meno spigoloso nel raccontare storie, persone e sentimenti e questo rende “Gli anni più belli” un film riuscitissimo e godibile, perché in fondo più vero: commuove con meno affettazione de La ricerca della felicità, descrive adolescenti più sinceri de L’estate addosso e amalgama bene i drammi famigliari di tutto il cinema italiano.

Perno di tutto, oltre a Giulio/Favino, sono soprattutto due donne: Micaela Ramazzotti è l’affascinante Gemma (Alma Noce da adolescente), una femme fatale quasi felliniana che compie diverse metamorfosi prima di capire che la felicità stava in ciò che ha dovuto lasciare da ragazza. Di lei si innamorano tutti, gli occhi maschili scorrono sempre sulle sue forme, sul suo sorriso radioso e sui suoi occhi che esprimono al contempo dolore, dolcezza e paura come quelli di una donna la cui foto è esposta a una mostra d’arte.

Altro ruolo femminile è Anna (Emma Marrone), donna forte e risoluta che invece sa da subito cosa vuole e che si dedica ad una vita più lineare, nonostante l’inciampo in un matrimonio impossibile con un marito che in fondo sembra non voler crescere.

La scelta degli attori aiuta a dare spessore ai personaggi: i tre big danno il meglio di loro, Emma è una scommessa vinta e persino i ragazzi sono di bravura sopra la media, con nota di maggior merito a Centorame, già notissimo volto di Skam Italia e attore dal grande potenziale.

Meno interessante è purtroppo il personaggio di Margherita, l’ultima donna di Giulio, che viene presentata come una persona dall’intelligenza raffinata e dalla vasta cultura, ma che poi si riduce a macchietta e lascia poco dietro di sé in questo film invece così complesso.

Lei e alcune scene abbastanza futili (due riguardano un volatile, una è un telefonatissimo omaggio a “La dolce vita”) sono gli unici punti deboli di un film dannatamente vero, forte, bello e anche educativo: ci insegna a non volerci uniformare alla società o a come ci vorrebbero gli amici, a superare certe ideologie o ambizioni quando ci rendiamo conto che non si adattano più a noi, a capire che l’amore è fatto di conquiste quotidiane e non deve mai dare per scontato nulla e nessuno.

Muccino ci insegna a vivere e a far sì che, in fondo, tutti gli anni della nostra vita possano diventare “Gli anni più belli”. Basta saper preservare le vere amicizie, quelle più forti del tempo, del destino, delle differenze sociali e di qualunque litigio.

Recensione a cura di Mattia Gelosa

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