venerdì, Settembre 25, 2020

“Matthias & Maxime”: Dolan si ripete di nuovo, ma funziona sempre

Matthias e Maxime è l’ultimo lavoro di Xavier Dolan, enfant prodige canadese che dopo due vittorie dei premi della giuria a Cannes (Mommy ed È solo la fine del mondo, del 2014 e 2016) a solo 31 anni è continuamente chiamato al capolavoro.

Non lo era La mia vita con John F. Donovan (anno 2018), non lo è Matthias & Maxime, che comunque è un ritorno alle origini (strano da dirsi per un ragazzo così giovane, ma tant’è!) ed è anche un’opera tutto sommato interessante e ben riuscita.

Matthias (Gabriel d’Almeida Freitas) è un avvocato in crisi d’identità, bloccato dentro schemi comportamentali e ideologici che non sente del tutto suoi e vincolato a un lavoro che sembra più un’imposizione della famiglia che una vera aspirazione.

Maxime (lo stesso Dolan) una famiglia non ce l’ha, perché il fratello è fuggito da una situazione inaccettabile per via di un padre mancante e di una madre tossicodipendente e fannullona. Nemmeno Maxime regge più questa vita e ha deciso di fuggire in Australia, anche se per fare un lavoro modesto da cameriere.

Una sera, durante una festa fra amici, Matthias perde una scommessa ed è costretto a partecipare ad un film amatoriale girando una scena in cui bacia Maxime.

Lo spettatore non vedrà mai quella clip, ma ne osserverà i profondi turbamenti che lascerà nei due protagonisti, che forse, in fondo, sono sempre stati più che semplici amici…

 Il regista canadese rimette di nuovo tutto se stesso nel film, tornando ad essere sia dietro che davanti alla macchina da presa e riportando sullo schermo tutti i suoi temi chiave: la crisi d’identità giovanile, l’allontanamento da casa, una certa ammirazione per le professioni umili ed ovviamente i rapporti interpersonali. Fra amici, fra persone che si amano e fra ragazzi e famiglia, con la consueta situazione di padre assente e madre degenere.

Certo, l’autore è tanto cult quanto sulla carta poco originale, perché si potrebbe semplificare dicendo che apprezzato un suo film si finisce per apprezzarli tutti e viceversa.

L’originalità di Dolan sta nel modo: pur partendo dallo stesso concetto, le sue pellicole sono incredibilmente diverse. Come un giallista saprebbe scrivere cinquanta libri attorno a un cadavere trovato in una stanza chiusa, così il giovane artista crea mondi completamente diversi attorno ai suoi paletti e riesce nel paradosso di cambiare sempre pur ripetendosi.

Anche lo stile varia relativamente, con passaggi quasi da videoclip, un uso pop, ma ben calibrato delle musiche, una regia mai invasiva e artificiosa. Eppure funziona sempre.

I personaggi? Se alcune opere precedenti erano legate a un pugno di protagonisti (vedasi Mommy Tom à la ferme), qui abbiamo molte figure secondarie. Il loro ruolo, però, è di mettere ancora più un luce il legame fra Matthias&Maxime, che anche quando sono in gruppo sembrano annoiarsi qualora mancasse l’altro.

Insomma, questo è un gradito ritorno ad alti livelli per l’enfant prodige più amato dal Festival di Cannes, un film che non è un capolavoro e che soffre di qualche momento un po’ macchinoso, ma che cattura l’attenzione e conquista lo spettatore grazie a un calibratissimo crescendo di tensione emotiva e psicologica.

Recensione a cura di Mattia Gelosa

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