Ruth Baden Ginsburg è un figura leggendaria negli Stati Uniti. E’ stata nominata Giudice della Corte Suprema da Clinton nel 1993 – una delle quattro donne ad aver ricevuto questo incarico – e ha dedicato gran parte del a sua carriera ai diritti delle donne, promuovendo l’uguaglianza di genere.

Esce nelle sale italiane il 28 marzo distribuito da Videa Una Giusta Causa, intenso biopic su Ruth Baden Ginsburg, diretto da Mimi Leder con Felicity Jones protagonista. In un momento quanto mai controverso sulla violenza e i diritti delle donne questo film colpisce nel segno per la capacità di fotografare il difficile percorso all’emancipazione femminile e per la potenza della storia amplificata dalla precisione documentaria. 
Il film, scritto da Daniel Stiepleman nipote del Giudice Ginsburg, ne ripercorre in ordine cronologico la vita e il suo primo grande caso di giustizia.

1956. Ruth fa il suo ingresso alla facoltà di legge di Harvard. Solo nove donne sono considerate degne di frequentare lo storico ateneo e sono addirittura tenute a spiegare al rettore (Sam Waterston) quali sono i motivi per cui pensano di meritare un posto che sarebbe potuto andare a uno studente maschio. Lo sguardo fiero e determinato di Felicity Jones si scontra con questo tipo di discriminazione, in una società che fatica a vedere nella figura femminile qualcosa di diverso da una buona madre e moglie. Ruth in realtà, oltre a eccellere negli studi, è madre amorevole della piccola Jane (Cailee Spaeny) e moglie devota di Martin (Arme Hammer) che frequenta il secondo anno di legge. Tutta la sua forza emerge proprio nel momento in cui Martin si ammala di cancro e Ruth frequenta anche le lezioni del marito riuscendo a prendersi cura di Jane. Un sacrificio che non viene premiato. Martin, ormai guarito, trova subito lavoro a New York, mentre a Ruth viene negato dal rettore di proseguire i suoi studi di Harvard con lezioni alla Columbia, presso cui alla fine si laurea. Un percorso di studi eccezionale, delle indubbie capacità non sono abbastanza per essere accettata. Nessuno studio legale o azienda vuole assumere una donna. Ruth si rifugia così nella carriera accademica e si specializza in casi discriminazione sessuale, mentre Martin eccelle nella carriera a cui lei stessa aspirava. La svolta arriva grazie allo stesso Martin che porta all’attenzione di Ruth un caso particolarmente controverso: Moritz (Chris Mulkey) un uomo di Denver non sposato, a cui è negata la detrazione fiscale per le cure all’anziana madre, perché ritenuto non qualificato. All’epoca la deduzione è infatti riservata solo a “una donna, un vedovo o una divorziata o un marito la cui moglie è incapace o istituzionalizzata”. Ruth vede in questo caso l’opportunità di iniziare a sfidare tutte le leggi che presuppongono che gli uomini lavorino e le donne rimangano a casa o occuparsi di marito e figli. Il suo fine è stabilire una sentenza secondo cui un uomo è stato discriminato sulla base del sesso (On the basis of sex come allude appunto il titolo originale). 
La sfida è naturalmente è piena di ostacoli, dall’iniziale scarsa dimestichezza di Ruth con le arringhe in tribunale, all’ostracismo da parte degli stessi organismi che dovrebbero avere a cuore i diritti civili. Come l’attivista Dorothy Kenyon (Kathy Bates in un eccezionale cameo) inizialmente scettica, poi determinante nell’appoggio al caso da parte dell‘American Civil Liberties Union (ACLU), capeggiato da Mel Wulf (Justin Theroux molto bravo e quasi irriconoscibile nel suo look 70’s ). Come in ogni court movie che si rispetti il climax risiede nell’arringa finale. Da una parte la difesa del modo di vivere americano, dall’altra la sfida ai cambiamenti sociali che collimano negli ultimi quattro decisivi minuti dell’eloquio di Ruth. La Ginsburg non chiede alla corte di cambiare la società, ma di mantenere la legge con un cambiamento sociale che ha già avuto luogo negli anni. E all’obiezione di un giudice secondo cui la Costituzione non contiene la parola “donna”, Ruth risponde che non contiene neppure la parola “libertà”. La vittoria di Ruth segna l’inizio di quella che sarà la sua grande carriera di avvocato e di paladina dei diritti civili.

Una giusta causa è court movie appassionante – d’altronde Mimi Leder ha iniziato la carriera registica proprio con LA LawAvvocati a Los Angeles – in cui tutti i dettagli, dalle scenografie e ai costumi, sono curati in modo quasi maniacale. La fotografia di Michael Grady, che denota un notevole lavoro sul cromatismo, passa con assoluta scioltezza dai toni pastello un po’ fanés degli anni ’50 a quelli molto più freddi dei 70, degni eredi di certe atmosfere da cult televisivo come Le strade di San Francisco.
Felicity Jones è davvero brava a far emergere la difficile psicologia di Ruth, frustrata dalle aspirazioni negate e combattuta tra tra l’impulso di emancipazione e il desiderio di vivere una serena vita familiare.
Mimi Leder dà al suo film un tocco energico, incentivato dal montaggio impeccabile di Michelle Tesoro, che può vantare tra i suoi credits anche diversi episodi della prima stagione di House of Cards. Alcune sequenze da antologia: l’arrivo di Ruth ad Harvard, con il dettaglio sulle uniche gambe femminili nella moltitudine di uomini che entrano all’ateneo, le riprese dall’alto alla De Palma che vengono riproposte anche sul finale e la la suggestiva scena finale che mostra la vera Ginsburg, in sovrapposizione a Felicity Jones, che sale i gradini del Palazzo della Corte Suprema.