“Circe, l’ultima metamorfosi”, tra mito e umanità

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E’ andato in scena a Milano a Factory32 dal 9 all’11 febbraio scorsi Circe, l’ultima metamorfosi, liberamente ispirato al celebre best seller del 2021 Circe di Madeline Miller.

Monica Faggiani, autrice e regista, si focalizza sulla forza e la volontà di autodeterminazione di una figura mitologica complessa e affascinante, ma in realtà incompresa, ricordata solo per le sue azioni “mostruose” e relegata spesso a personaggio secondario dell’Odissea. Rielabora quindi il monumentale e densissimo testo della Miller, ripercorrendo in chiave femminista i momenti salienti della storia di una donna diversa fin dalla nascita. Figlia di Helios dio del sole e di Perseide, una ninfa marina, Circe mal sopporta questa famiglia ingombrante e si ribella alle strutture patriarcali e sessiste. Giudicata strana, atipica, “non abbastanza bella per essere una dea” e irresistibilmente attratta dal mondo degli uomini, Circe rimarrà delusa da tutti coloro che la circondano, sminuita e messa da parte.  E quindi allontanata.

Sulle note della musica dal vivo del chitarrista Francesco Curatella, Circe (Stefania Santececca), entra infatti in in scena nel momento in cui è esiliata sull’isola di Eea. Su di lei grava la colpa della magia, con la quale ha trasformato in mostro a due teste la perfida rivale Scilla, colpevole di averle sottratto l’amore di Giasone.

Circe decide di governare la sua isola senza sudditi, come governa se stessa.  Vi riuscirà attraverso la connivenza con la natura – le erbe che rielabora per creare sortilegi – la forza, la volontà e anche attraverso scelte crudeli, apparentemente imperdonabili. Rifuggendo da ogni stereotipo, è proprio questa sua anomalia di donna sola al comando a provocare la rivalsa di un gruppo di naviganti che, dopo aver approfittato della sua ospitalità, le usano una selvaggia violenza. Da quel momento ogni navigante subirà il feroce incantesimo della trasformazione in porci. Non una vendetta, ma un atto dovuto, inevitabile, che toccherà anche ai marinai di Ulisse, risparmiato solo per scelta della stessa Circe. Oltre alla ben nota vicenda di Ulisse, tanti gli incontri che costellano la sua esistenza: Prometeo, Giasone, Dedalo, ma nessuno in grado di piegare la sua forza di autodeterminazione. Fino all’incontro con Penelope, che le farà scoprire il senso di appartenenza a un mondo femminile speculare al suo, fatto di tenacia, ma anche di resilienza e capacità di amare in un modo nuovo e del tutto umano. 

Una narrazione fresca e moderna quella di Monica Faggiani, che ristabilisce Circe nel suo ruolo di donna forte e indipendente. Complice la bella scenografia di Andrea Cavarra –  un reticolo di rami e luci, quasi a simboleggiare la duplice valenza divina e terrena – e la notevole presenza scenica di Stefania Santececca, il racconto mantiene tutta la profondità archetipica della mitologia greca, senza il linguaggio ingombrante. E’ invece una storia narrata con la leggerezza di una favola, ma con tutta la trascinante potenza di un messaggio senza tempo.

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