Torna al Teatro Elfo Puccini uno dei grandi successi della scorsa stagione, Collaborators, la commedia di John Hodge (sceneggiatore di TrainspottingPiccoli omicidi tra amiciThe BeachTrainspotting 2) nella produzione del Teatro Filodrammatici di Milano, con la traduzione e la regia di Bruno Fornasari.
L’arte ai tempi del potere. E’ la difficile condizione di Mikhail Bulgakov nella Mosca del 1938. Il grande scrittore russo (Tommaso Amadio) è ormai lontano dai fasti de La guardia bianca ed è inviso al regime. Nella ristrettezza di un angusto e fatiscente appartamento, vive con la moglie Yelena (Emanuela Caruso) e alcuni rappresentanti di una povera e varia umanità: il nostalgico ex possidente Vassily (Enzo Giraldo), l’insegnante di storia Praskovya (Elisabetta Torlasco) e il giovane operaio stakanovista Sergej (Michele Basile).
La sua esistenza è minata da un malessere fisico e neurologico che lo conduce a terribili visioni oniriche sulla sua ossessione: Stalin, personificazione del male assoluto. Un incubo che si materializza nell’improvvisa visita di alcuni uomini della polizia segreta, capeggiati dal terribile Vladimir, che gli commissiona la scrittura di un’opera agiografica sulla vita del giovane Stalin, una celebrazione per il suo sessantesimo compleanno. In cambio, la carriera dello scrittore potrebbe rinascere. Dapprima Bulgakov rifiuta sdegnato, poi si arrende davanti alle minacce che mettono in pericolo anche la vita di Yelena. Al danno si aggiunge la beffa, la telefonata di Stalin in persona (Alberto Mancioppi), suo grande ammiratore, che gli offre aiuto per la stesura dell’opera. Da questo momento la commedia di Hodge vira verso una direzione inaspettata. Dopo un primo disorientamento, Bulgakov rimane affascinato dalla figura di Stalin, che a sua volta ammira la cultura e la genialità dello scrittore. I ruoli in breve si invertono: Stalin inizia a stendere la “sua” commedia, Bulgakov prende decisioni di stato e firma gli atti del dittatore. E’ l’avvento di una creatura bifronte, in cui bene e male si nutrono reciprocamente. Stalin mostra un lato umano e quasi tenero, mentre Bulgakov assume sempre più atteggiamenti opportunistici e intransigenti. E’ un morbo che dilaga, una strada senza uscita, in cui nessuno vince o perde, al limite viene fatto scomparire, come accade agli amici e agli affetti più cari di Bulgakov ritenuti pericolosi nemici del regime. La carriera dello scrittore non si risolleverà mai. Sull’orlo del baratro, Bulgakov agonizza preda dei fantasmi che hanno accompagnato lo stesso Molière-Argante nel letto di morte de Il Malato Immaginario.
Bruno Fornasari esalta il bellissimo, ma non facile testo di John Hodge, con una direzione appassionata e al tempo stesso precisa. Una regia corale, fatta di movimenti calibrati. Entrate e uscite anche tra il pubblico, che convergono in una tensione emotiva costante e catalizzano l’attenzione con toni da thriller psicologico. La claustrofobica scenografia di Erika Carretta – che ha creato anche i notevoli costumi – delinea uno spazio impossibile, che sembra uscito dagli instabili equilibri di Chagall: un letto a sua volta palco, luogo dell’inconscio e dei sentimenti; una credenza carcere, reale e metafisico, simbolo del quotidiano sotto la dittatura. Tavoli, sedie, mobili spostati come in un tragico balletto di spiriti inquieti che si concretizzano nelle maschere dei medici delle peste, rapaci dai becchi adunchi, che si cibano di quel che resta della povera anima dannata del protagonista. Il disegno di luci di Fabrizio Visconti gioca un ruolo fondamentale nella cifra dello spettacolo e accompagna i movimenti dei personaggi con una precisione assoluta. Ottime le prove di tutti i quattordici interpreti, che danno vita a questi tragici esponenti di un mondo in cui il bene e il male non esistono: Tommaso Amadio è un Bulgakov appassionato e attonito nel suo contrasto tra opportunismo e asservimento al potere, Alberto Mancioppi trasforma con rara efficacia Stalin in personaggio empatico. Brillano per intensità le prove di Emanuela Caruso, coscienza tragica del protagonista, di Enzo Giraldo, Vassily l’ex latifondista dall’ironia sottile, Umberto Terruso, Grigory l’alter ego idealista di Bulgakov, Michele Radice, Vladimir, simbolo della crudeltà del potere che si autodistrugge. Pungente la musica di Rossella Spinosa, quasi un contrappunto psicologico alle scene di maggior coinvolgimento emotivo.
Collaborators si rivela un coro drammatico di eccezionale intensità, una danza macabra di anime vaganti uscite da un assordante Purgatorio in cui il bene e il male si uniscono in una sola voce.

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