E’ in scena fino al 4 novembre al Teatro Franco Parenti, Ferdinando nell’allestimento di Teatro Segreto diretto da Nadia Baldi, con Gea Martire protagonista.
Capolavoro di Ruccello, il testo è ambientato nel 1870, nove anni dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie, nel fatiscente isolamento di una villa borbonica in cui quattro personaggi si scoprono “dannati” dalle loro stessa vicinanza. Un crogiuolo di passioni, in cui la miccia è accesa da Ferdinando, giovane dalla bellezza “apollinea”, che si palesa a sorpresa nella villa della zia, Donna Clotilde, baronessa vedova, preda di veri o presunti malanni, perennemente sotto le coltri malsane di un enorme letto che funge da casa e rifugio. Troviamo con lei la nipote povera, Gesualda, zitella suo malgrado, carceriera e custode della vita di Clotilde e invischiata in un torbido legame con l’ambiguo prete Don Catellino. Tutti i personaggi sono stregati dalla bellezza di Ferdinando, simbolo di un desiderio che si manifesterà con bassezze, eccessi e crudeltà disumane. Fino a un tragico e inevitabile epilogo.
Finto dramma storico, Ferdinando, secondo le stesse parole di Ruccello, vuole essere “l’analisi e il tentativo fotografico di messa in evidenza dei rapporti affettivi intercorrenti fra quattro persone in isolamento coatto”. Il naturalismo però esiste ed emerge dalla precisione dei particolari storici e soprattutto da un uso raffinato della lingua partenopea, che solo uno studioso di antropologia come lo stesso Ruccello poteva evidenziare. Nel suo allestimento Nadia Baldi realizza un piccolo capolavoro di equilibrio teatrale, in cui ogni elemento è definito e indispensabile all’altro: una scenografia decadente (di Luigi Ferrigno), in cui l’enorme letto nobiliare di Donna Clotilde regna su tutto e relega gli altri personaggi a trovare un proprio posto nel mondo, in un gioco di sedie alternate; passato e presente e futuro sono su uno stesso piano, aereo e sospeso, simboleggiato da un sistema di corde che pendono dal soffitto, tra medicine, cibo, membra di bambole, fiori, frammenti di un passato di gloria e bellezza. Uno spettacolo che si potrebbe definire viscontiano, per l’utilizzo della precisione a fini espressivi e mai calligrafici. Gea Martire è una Donna Clotilde di grande potenza verbale e dalla presenza scenica impressionante, che sembra ripercorrere la stessa immagine delineata da Ruccello nell’incipit del dramma, attraverso la straordinaria intensità dello sguardo, che rivela  il “fondo di inquietudine, di insoddisfazione” della protagonista. Ottimi anche tutti gli altri interpreti, molto efficaci nel rendere dei personaggi ricchi di sfumature: Chiara Baffi che dà vita a Gesualda, vittima e carnefice, Fulvio Cauteruccio, l’ambiguo Don Catellino e Francesco Roccasecca (Ferdinando) in un ruolo solo in apparenza facile. L’uso della lingua è giocato sul doppio binario dell’italiano e del napoletano. L’italiano per apparire, per legittimare la presunta sovranità dei Savoia “parvenus” e il napoletano, lingua borbonica, ricordo di un passato glorioso. Perché, come dice Donna Clotilde a Ferdinando. “Tu appartiene a na brutta razza… a na brutta generazione… Na razza, na generazione ca nun tene ricorde… Chi nun tene passate… nun tene manco futuro…”

 

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