Mercoledì 20 marzo debutta in prima nazionale all’Elfo Puccini Giorni felici, prima produzione dell’Elfo nel segno di Beckett, diretta da Francesco Frongia. Protagonisti  Elena Russo Arman e Roberto Dibitonto. Le scene e i costumi sono di Ferdinando Bruni.

“Da tempo volevo lavorare con Elena Russo Arman afferma il registae tra i molti progetti su cui abbiamo fantasticato nessuno ci è sembrato più giusto di Giorni felici. Elena ha in sé lo stupore dello sguardo di Winnie (l’indimenticabile protagonista di questo capolavoro) che rende positiva anche la situazione peggiore. Renderà speciale anche la relazione con il suo Willie, Roberto Dibitonto, impegnato nel difficilissimo compito di punteggiare la loro vita incastrata in un deserto al confine del mondo. Due esseri solitari in un mondo che si sta estinguendo”. 

Giorni felici ci mette anche di fronte all’inevitabilità del tempo, ammesso che esista e non sia anch’esso un’invenzione. Winnie ricorda e riflette sulla fortuna di aver avuto una vita che le permette, ora che è bloccata, di sopportare la condanna di vivere. Ora il mondo di Winnie e suo marito Willie si sta estinguendo. Gli ultimi esseri umani che gli sono passati davanti si sono allontanati senza fare niente per aiutarli. Non sappiamo perché Winnie non abbia chiesto aiuto, sono molte le cose che non sappiamo e che l’autore non ha voluto rivelare. Le risposte sono davanti a noi, che guardiamo lo spettacolo, e dentro di noi, quando torniamo a casa, perché Beckett pone interrogativi e non dà risposte.  È un testo profondamente enigmatico, si prova un senso di impotenza, l’ineluttabilità come condizione propria dell’esistenza. Giorni felici mi ricorda Alice nel paese delle meraviglie, tutto è un enigma senza soluzione, ma allora qual è il motivo che spinge ad andare avanti? Perché non possiamo fare altro che recitare la nostra parte?” 

Se all’apparenza siamo destinati a ripetere uno schema, le parole di Beckett in realtà lasciano un notevole spazio di libertà all’immaginazione degli artisti. Ci sono state e ci saranno molteplici ‘versioni’ della distesa di erba inaridita dove Winnie è interrata, capaci di aprire le porte a molteplici mondi. Abbiamo inizialmente immaginato il nostro come un cartellone pubblicitario tridimensionale, un diorama ‘plasticoso’ e posticcio che si apre su una distesa di montagnole in cui i protagonisti sono intrappolati. Una visione retro-futurista, di un futuro immaginato nel passato: è quello dei viaggi nello spazio, delle colonie terrestri su Marte, degli uomini volanti e dei robot umanoidi, dei cartoni animati dei Pronipoti (o di anche una versione distopica dei Teletubbies). Winnie sfoggia orgogliosamente la sua cotonatura bionda, circondata da un luminoso e imperturbabile cielo azzurro. È il futuro immaginato dai boomer. Ma è anche un baraccone da circo, in mezzo al deserto con gli artisti sempre pronti a recitare la propria parte. È uno spazio rarefatto e leggero che nasconde grandi profondità.

Sull’ironia di Beckett si è molto discusso, ma a mio parere sempre troppo poco. È un’ironia complessa che richiede attenzione e piacere del rischio. Vediamo convivere nel suo universo il clown, il gusto del macabro, lo sberleffo e la pietà. Lo sguardo di Beckett è complesso, trascina lo spettatore in un vortice di riflessioni. Investe la protagonista di miriadi di compiti che la portano a ragionamenti degni dei più grandi filosofi.

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