Parlare di Alzheimer con ironia sembra impossibile. Perché pare davvero troppo il dolore che emana una mente chiusa in se stessa, incapace di ricordare, riconoscere e avere in mano la propria vita. Ci è riuscito Florian Zeller, drammaturgo francese tra i più frequentati in Italia in questo momento, con Il Padre, grande successo internazionale di cui si ricorda l’acclamata versione parigina con Robert Hirsch con la regia di Ladislas Chollat. L’allestimento italiano, diretto da Piero Maccarinelli, è in questi giorni in scena al Teatro Manzoni di Milano, con Alessandro Haber e Lucrezia Lante della Rovere protagonisti, rispettivamente un padre alle prese con i primi sintomi della malattia e una figlia annientata dalla perdita mentale del genitore. Lo spettacolo segue l’andamento da giallo psicologico voluto da Zeller, con un gioco a scomparsa della bella scenografia di Gianluca Amodio – l’interno di un’elegante e agiata casa borghese – in cui il mobilio si sposta di quadro in quadro, evocando in una successione a-temporale diversi luoghi, che si scopriranno esistere solo nell’immaginario di Andrea. La bellezza del testo consiste infatti nel proiettare lo spettatore dentro la mente del malato di Alzheimer, senza curarsi di una divisione cronologica dei fatti. Da quella che parrebbe la sua abitazione, Andrea, un tempo tenace e autoritario ingegnere, si ritrova proiettato come un bimbo indifeso nella casa della figlia o forse in un luogo per nulla familiare, confondendo visi e ricordi in un’angosciante nuvola di emozioni e tocchi di ironia. Come non ridere infatti della sua ostinazione nel trattare la figlia come una smemorata o delle sue accuse alla domestica per aver sottratto il prezioso orologio che lui stesso ha nascosto? Sono comunque risate amare, ben presto soppiantate dalla certezza che si tratta di un percorso in salita, in cui l’ironia serve solo a stemperare il momento in cui Andrea dovrà arrendersi a un destino che tutti, anche la stessa Anna, conoscono. Alessandro Haber è eccezionale nella sua istrionica cocciutaggine e passa con disinvoltura dai toni più forti a quelli più infantili, con una delicatezza che rivela una rispettosa conoscenza della malattia. Notevole anche la prova di Lucrezia Lante della Rovere, che si cala senza pietismo in un personaggio molto doloroso, ma mai banale, una donna dilaniata dalla scelta che dovrà fare tra la vita coniugale e l’amore paterno. Molto efficace la regia di Maccarinelli, che, a differenza della versione francese, opta per dei cambi di scena luce/buio, quasi a significare metaforicamente il rapido passaggio nel nulla della mente di Andrea. Una scelta coraggiosa, che forse però frena a tratti il coinvolgimento emotivo del pubblico. Uno spettacolo ironicamente struggente e poetico. In scena al Teatro Manzoni di Milano fino al 27 gennaio.