Cosa resta del #metoo. Potrebbe intitolarsi così il nuovo testo di Bruno Fornasari, costruito attorno una vicenda specchio dei nostri tempi. Nella stilosa e altrettando scomoda “green room” di un’agenzia di comunicazione presumibilmente post Milano da bere, si svela subito uno scottante antefatto. Tina (Eleonora Giovanardi), un’affascinate creativa, spiega a Edo (Tommaso Amadio), amministratore dell’agenzia e suo ex compagno, di non voler accettare la proposta di lavoro che le ha fatto Fede (Emanuele Arrigazzi), il titolare, perché la sera precedente questi ha avuto con lei un comportamento sgradevole: le ha accarezzato una spalla nuda. Fede la vuole assolutamente – e già qui si accentua l’ambiguità dei termini – per mettere a punto un’importante campagna contro – ironia della sorte – la discriminazione femminile. Da questa accusa si avvia un gioco al massacro tra i personaggi, che cercano di veicolare la loro realtà più o meno distorta. Ricordate Rashomon di Kurosawa in cui ognuno dei quattro protagonisti dava una propria versione di un fatto, secondo una prospettiva diversa? Allo stesso modo Fornasari alterna nel testo versioni opposte e contraddittorie e instilla in modo molto sottile il dubbio nello spettatore su chi sia depositario della verità. Tina può infatti aver inventato tutto per vendicarsi di Fede, colpevole di averle rubato anni fa un’idea per un lavoro; Edo può voler ridimensionare tutto per non perdere la priorità acquisita in agenzia, dopo l’allontanamento di Tina; Fede, forse è davvero un predatore e non vuole compromettere la sua posizione di potere e tantomeno la sua relazione con Lucy, ex stagista, odiata da Tina. La variabile però è proprio Lucy (Orsetta Borghero), che, accantonando la rivalità con Tina, riscopre un’insospettabile solidarietà femminile nel momento in cui le ambiguità iniziano a venire a galla. Non è una presa di posizione questa di Fornasari, ma un’ironica e a tratti crudele danza drammaturgica che evidenzia quanto sia impossibile appropriarsi di una sola verità. Con un cliffhanger finale quasi virtuosistico, ma molto godibile, che non deve essere rivelato. Ottimo il cast – Tommaso  Amadio e Eleonora Giovanardi forse i più a proprio agio nei rispettivi ruoli – che si muove nelle scene algide di Erika Carretta, ben cristallizzate dall’efficace disegno luci di Fabrizio Visconti. Ne La Prova esistono solo opinioni mascherate da verità assolute e proprio in virtù di questo non si suggerisce una morale. Dubito ergo cogito, ergo sum sosteneva Antoine Léonard Thomas, parafrasando Descartes. Ecco forse questa è l’unica possibile conclusione.