Per la sua prima produzione italiana al Piccolo Teatro, Declan Donnellan mette in scena La tragedia del vendicatore di Thomas Middleton. Pubblicato anonimamente nel 1607, l’opera è stata attribuita per molti anni a Cyril Tourneur ed è stata oggetto di numerosi dibattiti letterari per la sua peculiarità decadente e bizzarra, tipica del teatro giacomiano e anche di controversie, al punto che ancora oggi molti critici non riconoscono la paternità di Middleton. Non giova certo l’etichetta a Middleton di autore manicheo e nemmeno la vicinanza temporale alla sublime poeticità di Shakespeare. Per chi ha letto il testo originale, l’impresa del geniale regista inglese appare davvero tra le più insidiose, sia perché La tragedia del vendicatore è un’opera formalmente molto datata, sia perché Donnellan si è avvalso di una compagnia di attori italiani. Doppia difficoltà quindi: restituire al pubblico un testo solo in apparenza lontano e rendere partecipi della sua idea di teatro un gruppo di interpreti con cui non condivide la stessa lingua. La soluzione è da subito svelata dalla prima scena, un enorme pannello rosso sangue di porte scorrevoli su cui campeggia la parola Vendetta (suggestivo l’impianto scenico di Nick Ormerod) e da cui si palesa una corte grottesca, vagamente felliniana, che danza sulle note di un accattivante brano di Misiti, memore delle sonorità del Trio Lescano. E’ fatta. Il pubblico non assiste a un classico, ma è catapultato dentro a una realtà parallela, contingente, creata ad hoc tramite un’accurata rielaborazione testuale resa dall’ottima traduzione di Stefano Massini, molto estro scenico e un approccio liberatorio, che alleggerisce la pesantezza giacomiana e la struttura senechiana dell’opera. Vindice (Fausto Cabra), alter-ego “politically incorrect” di Amleto, rivela il suo dramma: esige vendetta per l’amata Gloriana, concupita e infine trucidata dal Duca (Massimiliano Speziani) ed è fermamente deciso a salvaguardare le minacce alla virtù della sorella Castiza (Marta Malvestiti). Grazie all’aiuto del fratello Ippolito (Raffaele Esposito) si introduce sotto mentite spoglie a corte, milieu infernale della Duchessa (Pia Lanciotti nel doppio ruolo di Graziana, madre di Vindice) e dei figli e figliastri del Duca, dai nomi già di per sé lungimiranti: Spurio (Errico Liguori), Lussurioso (Ivan Alovisio), Junior (Alessandro Bandini), Supervacuo (Christian Di Filippo), Ambizioso (David Meden).
Il testo è snellito, con la perdita di personaggi solo apparentemente importanti come quello del “retto” Antonio, colui che chiude il cerchio di vendetta sacrificando Vindice. Di vendetta si parla e vendetta sia. Donnellan dirige lo spettacolo senza leziosità, veicolando un cast di ottimi attori – spiccano le elaborazioni dei personaggi di Ivan Alovisio e Massimiliano Speziani – direttamente nelle coscienze del pubblico. Che sospende ogni giudizio e vive in soggettiva il tormento del “buon” Vindice, vendicatore per necessità – o per indole? – fino a diventare egli stesso un malvagio da antologia. Così come da antologia è la scena finale, in cui il male si autodistrugge in un’agghiacciante danza macabra, che annichilisce ogni borghese pretesa di assoluzione. 

Le foto sono di Masiar Pasquali.

 

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