Monica Faggiani in “Alfonsina con la A: l’incredibile storia di Alfonsina Strada”

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“Ma dove vai bellezza in bicicletta? Così di fretta pedalando con ardor”. Quante volte si è ascoltato questo celebre fraseggio melodico scritto da D’Avanzi e Marchesi per l’omonima pellicola? In realtà la canzone era dedicata all’unica donna che nel 1924 partecipò al Giro d’Italia, Alfonsina Strada, al secolo Alfonsina Rosa Maria Morini. Una vita dedicata alla bicicletta e lontana anni luce dalle vezzosità di Silvana Pampanini, che intonava il brano del film.

E’ ora Monica Faggiani a portare in scena Alfonsina in Alfonsina con la A: l’incredibile storia di Alfonsina Strada in un monologo vibrante e appassionato da lei scritto e interpretato, che narra la vita straordinaria di questa donna, precorritrice, senza saperlo, dell’emancipazione femminile. Una bicicletta che sovrasta il centro del palco e una sedia bastano a Monica Faggiani per riempire la scena con i racconti più vibranti dell’esistenza di Alfonsina. Personaggi che, grazie alla sua funambolica partecipazione, riaffiorano come in una pedalata senza freni e sembrano usciti dalla penna realista di Flaubert: Armando Cougnet, organizzatore del Giro d’Italia, Vittorio Varale, direttore della Gazzetta, sostenitori di Alfonsina nella sua avventura al Giro, il meccanico della Montagnola dal quale compra la sua prima bici da corsa, l’ambigua figura di Don Aldo che da giovinetta definisce addirittura satanica la sua passione per le bici, anticipandone il soprannome di “diavolo in gonnella”. L’incontro fondamentale con Luigi Strada, il marito condannato dalla malattia mentale che le regalerà un appoggio e un amore incondizionato oltre che al celebre cognome. E poi ancora con Carlo Messori, il secondo marito, a cui sopravvive per trascinarsi fino agli ultimi giorni, completamente dimenticata da tutti.

Come è potuto accadere che le sue gesta siano cadute nell’oblio? E’ proprio questo il senso del bel monologo di Monica Faggiani che sbatte in faccia allo spettatore, forte anche di un notevole lavoro documentario durato ben due anni, gli storici trionfi di Alfonsina, grande sportiva, ma anche antesignana dell’empowerment femminile, una figura volutamente eclissata da una società patriarcale. E’ il 10 maggio 1924 quando Alfonsina prende parte al Giro d’Italia, con il numero 72, unica corridora in gara. “Vi farò vedere io se le donne non sanno stare in bicicletta come gli uomini” dice rivolta ai molti che storcono il naso per la sua presenza.  A tre giorni dalla partenza il suo nome compare però sulla Gazzetta dello Sport come “Alfonsino Strada di Milano”, non si sa se la “a” sia un errore o a una precisa volontà di eclissare la partecipazione alla gara di una donna. Un vero schiaffo alla tenacia di Alfonsina che al Giro ci è arrivata pedalando via dalla miseria nera della campagna emiliana, macinando vincite alle gare di provincia in giovanissima età, a dispetto di una famiglia che la guarda con imbarazzo e disprezzo.

Eppure Alfonsina riuscirà a toccare tutte le tappe del mitico Giro, tra rovinose cadute, insulti di bassa lega e ridicolizzazioni, diventando lei stessa una leggenda, raccogliendo le lodi del Re Vittorio Emanuele III, del Vate e addirittura di Mussolini, che rifiuterà però di incontrare per le sue dichiarazioni contrarie all’emancipazione della donna. Arriverà al Velodromo Sempione a Milano il 2 giugno accolta come una regina, fuori tempo massimo, ma forte di una vittoria più importante: quella di non essersi arresa ai limiti imposti dalla società e contribuendo ad aprire un varco per le conquiste femminili di lì a venire.

 

La recensione di Alfonsina con la A: l’incredibile storia di Alfonsina Strada si basa sulla replica dello spettacolo vista allo Spazio Laboratorio di Roberto Cajafa lo scorso 5 aprile.

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