“Morte accidentale di un anarchico” nel riuscito allestimento di Gallione

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E’  scena fino al 22 febbraio al Teatro CarcanoMorte accidentale di un anarchico nell’allestimento diretto da Giorgio Gallione nel centenario della nascita di Dario Fo.

La “morte accidentale“, così ironicamente definita da Fo, è in realtà quella di Giuseppe Pinelli, precipitato il 15 dicembre 1969 dal quarto piano della Questura di Milano durante uno degli interrogatori relativi alla strage di Piazza Fontana. Un “malore attivo”, come lo definì l’inchiesta.
Il debutto dello spettacolo nel 1970 con protagonista lo stesso Fo, conobbe innumerevoli tentativi di censura, provocazioni, minacce e duecento tra denunce e processi. Per arginare il problema, Fo spostò quindi l’azione dall’Italia alla New York del 1921, anno in cui l’emigrante italiano Andrea Salsedo subì una sorte simile a quella di Pinelli e “volò” dalla finestra del palazzo della polizia di New York.

L’intuizione geniale di Fo risiede nel costruire attorno a un evento di tale portata una farsa, una sorta di commedia degli equivoci, che ha il potere di sottolinearne in modo ancora più diretto e inquietante la tragicità.
Protagonista della vicenda è infatti il Matto (Lodo Guenzi), un curioso personaggio affetto da  “istriomania”, ovvero un’irresistibile tendenza a fingersi altre persone. La storia prende avvio in un ufficio della Questura di Milano, dove un Agente (Matteo Gatta) e il commissario Bertozzo (Marco Ripoldi) interrogano il Matto, ma, dopo un delirante e impossibile scambio di battute, esasperati, decidono di liberarlo. Rimasto solo, il Matto entra in possesso di documenti cruciali riguardanti la misteriosa morte di un anarchico, avvenuta durante un interrogatorio di polizia.

Il Matto si finge così un ispettore ministeriale per ingannare i sopraggiunti questore (Roberto Rustioni in una divertente parodia hitleriana) e commissario Sportivo (Alessandro Federico dai guizzi schizzoidi), mettendo in luce le contraddizioni, le bugie, gli abusi di potere, la violenza e la corruzione insite nel caso dell’anarchico. La situazione si complica quando il questore deve incontrare la giornalista Maria Feletti (Eleonora Giovanardi), determinata a scoprire la verità. Il Matto suggerisce ai presenti di travestirsi da dottor Piccinni, capo della scientifica, per smentire le affermazioni della giornalista. Con l’arrivo di Bertozzo, che riconosce il Matto, si creano una serie di fraintendimenti comici, mentre il Matto gioca su entrambi i fronti, aggiungendo potere grottesco alla vicenda.

Gallione gioca sull’aspetto da splastick comedy del capolavoro di Fo, potendo contare sulla versatilità affabulatoria di Lodo Guenzi, che crea una sorta di flow, di partitura sinergica con l’ottimo cast. Vincente l’idea dell’aggiunta al testo di riferimenti al quotidiano su casi di cronaca tristemente noti, come la morte di Stefano Cucchi o la polemica sui rave party.

Riuscitissimo anche l’imponente impianto scenico a vista – a sipario aperto – fin dalla prima scena. Quello che dovrebbe essere un locale di polizia si rivela in realtà una prigione, dalle cui sbarre fanno capolino luci rosse, bianche e verdi, i tre colori della bandiera, che alla fine si riducono però a un’unica tonalità: il bianco. Un simbolo di innocenza certamente per noi occidentali, ma anche di perdita nel mondo orientale. Emblema di una giustizia che ha perso ogni credibilità, ma anche di un innocente vittima della degradazione del potere.

Foto di Laila Pozzo

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