“Perfetti sconosciuti”: un adattamento teatrale efficace e convincente

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Un gruppo di amici si ritrova la notte di un’eclissi lunare per una riunione conviviale: Eva (Astrid Meloni) e Rocco (Paolo Calabresi), padroni di casa in odore di crisi e in disaccordo sull’educazione della figlia adolescente; Cosimo (Marco Bonini) e Bianca (Alice Bertini) neo-sposi apparentemente innamoratissimi e in cerca di un figlio; Lele (Dino Abbrescia) e Carlotta (Anna Ferzetti), coppia scoppiata con due figli e una suocera invadente a carico; Peppe (Massimo De Lorenzo), che dopo aver annunciato la presenza della nuova fidanzata Lucilla, arriva da solo, a causa di un presunto malore di lei. La cena sembra procedere senza intoppi, finché l’accenno al fallimento di un matrimonio di alcuni comuni amici causato da un tradimento, porta la conversazione sulle insidie racchiuse nei cellulari. Eva propone così un gioco pericoloso: lasciare i rispettivi telefoni sul tavolo e condividere ad alta voce i messaggi o le telefonate in arrivo. In un crescendo emozionale si apre un vero e proprio vaso di Pandora di segreti sconvolgenti, tradimenti, pulsioni inconfessabili, che porterà i sette amici a confrontarsi e a scoprire di essere “perfetti sconosciuti” fino a una sorprendente catarsi finale.

Da travolgente cinematografico del 2016 diretto da Paolo Genovese – che lo ha consacrato a film con più remake nella storia del cinema –  Perfetti sconosciuti arriva finalmente nella versione teatrale italiana. La regia, dello stesso Paolo Genovese, propone una messa in scena efficace che concretizza l’apparente macro inquadratura del film in un unico piano sequenza, in cui i personaggi si muovono liberamente nei vari ambienti della casa borghese di Eva e Rocco. Un identico ambiente – bellissime le scene create da Luigi Ferrigno – tra sala da pranzo, cucina e bagno di casa (utilizzato per alcuni inconsueti a parte) che colloca lo spettatore tra gli ospiti, immergendolo in un flusso continuo di risate, tensioni ed emozioni e ne catalizza l’attenzione dall’inizio alla fine. Il mezzo teatrale amplifica la potenza dei dialoghi, che innescano un ulteriore processo di identificazione nel pubblico, pronto a cogliere ogni più piccola sfumatura e a ridere in modo liberatorio alle battute più sagaci. Ottima la prova di tutti gli interpreti, che caratterizzano i personaggi ognuno secondo la propria naturale sensibilità di attore, senza ricalcare le prove dei predecessori cinematografici. Ottanta minuti di umorismo, drammaticità, colpi di scena, in cui un semplice cellulare assurto ad hard disk esterno della memoria diventa esso stesso un personaggio, capro espiatorio di tradimenti annunciati e, forse, volutamente mal sopiti.

In scena al Teatro Manzoni di Milano fino al 24 marzo. 

Nella replica del 19 marzo al Teatro Manzoni, Peppe era interpretato da Massimo De Lorenzo, che si alterna nel ruolo con Emmanuele Aita

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