Platonov, capolavoro incompiuto e giovanile di Cechov e pubblicato postumo solo nel 1923, è un testo immenso per la vastità di temi e personaggi. Rappresentato pochissimo in Italia, rivive nell’allestimento di Mulino di Amleto Platonov. Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove andato in scena dal 6 al 18 novembre al Teatro Sala Fontana. In una conversazione con il poeta Sergey Gorodeckiy, Cechov sostiene: “Bisogna scrivere una commedia in cui le persone vanno, vengono, pranzano, parlano della pioggia e del sole, giocano alle carte non per volontà dell’autore, ma perché tutto questo avviene nella vita reale”. Ed è proprio nel profondo della campagna russa, nella casa della proprietaria terriera caduta in disgrazia Anna Petrovna (Roberta Calia), che troviamo il maestro elementare Platonov (Michele Sinisi), bloccato nella vacuità di un affollatissimo banchetto, tra sconsiderate bevute di vodka e amori veri e presunti. Come quello cameratesco che lo lega ad Anna Petrovna, quello malinconico e incompiuto per Sofja (Barbara Mazzi), moglie di Sergei (Raffaele Musella), figliastro di Anna e aspirante regista e infine quello “dovuto” alla moglie Sasha (Rebecca Rossetti). O quello di Osip (Yuri D’Agostino), criminale legato ad Anna da un torbido sentimento, di Glagol’ev, oggetto delle attenzioni di Anna per il suo denaro e di Kyril (Angelo Maria Tronca), figlio di Glagol’ev (Stefano Braschi), che concupisce la donna senza successo. L’amore sembra quasi un gioco per dei personaggi imbrigliati in un totale nichilismo, dentro a una grottesca e claustrofobica danza macabra, in cui tutto si ripete senza un fine apparente. E il loro folleggiare echeggia in modo ancor più struggente nelle note festose formulate da un tecnico – Dj (Giorgio Tedesco), nei primi piani estremizzati dei volti in video proiezione e in una struttura divisoria, che sembra cercare di smuovere la staticità inesorabile dell’enorme tavolo del banchetto. Campeggia su tutto la vodka, una pioggia di alcolico oblio, in cui Platonov stempera tutto il suo cinismo, la sua visione fluttuante del concetto di amore che lo porterà a ripudiare la povera Sofia, disposta a lasciare il marito per seguirlo. E che, a sorpresa, non uccide Platonov, lasciando uno spiraglio di umana speranza in un’esistenza, che, forse, nonostante tutto, vale la pena di vivere. Questo Platonov convince, grazie a una notevole prova, molto impegnativa anche da un punto di vista fisico, di un ottimo gruppo  di attori diretti in modo impeccabile da Marco Lorenzi, che ci veicola un Cechov nuovo che grazie a un finale aperto getta nuova luce sul mistero di un testo che sembra contenere la chiave della poetica del grande autore russo.

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