
Basato sull’omonimo libro pubblicato da Einaudi nel 2025, Poveri cristi di Ascanio Celestini – visto nella replica al Teatro Carcano del 16 gennaio – è un racconto teatrale civile e poetico di grandissima intensità.
Se nel volume troviamo i racconti portati in scena nei suoi tre precedenti spettacoli – Laika, Pueblo e Rumba – Poveri cristi è unico a ogni rappresentazione in scena.
Celestini seleziona infatti diverse storie e personaggi per ogni replica, figure che incarnano una forza e una bellezza che risplendono nell’anonimato della loro resistenza quotidiana.
Nella periferia di Roma, simile a tante altre nel mondo, si intrecciano le vite dei “poveri cristi”.
C’è la l’anziana Prostituta, che rivela come ha iniziato la vita, proprio lei che voleva farsi suora, ma, ormai “impura” per aver ceduto alla debolezza della carne, non ha potuto fare altro che adeguarsi all’ipocrisia della società. Una professione che rivendica con orgoglio, senza farsi abbagliare dalle lusinghe di amanti e falsi protettori. Perché alla fine nel lavoro “tutti si vendono” ed è quindi meglio ottimizzare tempi e consumi, segnandoli con meticolosità sul calendario e magari offrendo di tanto in tanto delle prestazioni gratuite, ma solo a sua discrezione. Perché il suo tempo è prezioso.
C’è la Vecchia, che insegna alla Prostituta che la conoscenza e la cultura non hanno prezzo: le biblioteche offrono libri gratuitamente e i musei aprono le porte a tutti almeno una volta al mese.
Al suo fianco, altri personaggi, come la Donna Impicciata dal dolore per la perdita del figlio, che blatera ossessivamente “Ma Dio non vede?” professando frasi razziste, minata da un odio incontrollabile contro tutto e tutti.
C’è Joseph, che ha attraversato una vera e propria odissea, passando per mille peripezie: seppellitore, emigrante, schiavo, naufrago, detenuto, facchino e infine senzatetto nei pressi di un supermercato. Ha sofferto l’inferno della prigione per la sola colpa di aver guidato lui migrante la barca dei migranti ed è rinchiuso nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere. Un inferno per vivi di violenza e privazioni, in cui le sezioni hanno nomi di fiumi – Nilo, Tamigi, Tevere, Senna, Danubio e Volturno – ma dove non c’è l’acqua potabile.
Lo stesso carcere di Lamine Hakimi, ventotto anni algerino, morto in una cella di isolamento per un mix di farmaci, ingeriti per sfuggire alla disperazione.
Celestini dà la sua voce ad alcuni dei personaggi, che ha intervistato in dieci anni di ricerca antropologica e sociale e, come in una jam session interagisce con il fisarmonicista Gianluca Casadei, creando un impasto sonoro e poetico unico, che colpisce dritto al cuore, rende reale l’inimmaginabile, palpabile il dolore, lo strazio e l’alienazione. Quello dei migranti, degli emarginati, di coloro che forse sono i veri santi, gli ultimi di cui di parlava Francesco.
In scena due lampadine che si illuminano alternativamente e una porta che lo spettatore può decidere di aprire per immergersi completamente in un racconto, capace di penetrare nel profondo dell’animo umano e di rendere tangibili emozioni e riflessioni attraverso parole potenti, che annientano come macigni e risvegliano sentimenti sopiti sotto la coltre dell’indifferenza quotidiana.
Sono due i momenti da custodire gelosamente di questo spettacolo. Quando Celestini dà voce a chi ha vissuto il terribile naufragio a Lampedusa del 3 ottobre del 2013, con 368 morti e circa 20 dispersi, tragedia in cui il mare reiterò il suo ruolo di fossa comune di invisibili senza un nome. Un passaggio che merita una citazione testuale: “E ho visto otto bambini piccoli che venivano strappati dal mare, dalle loro mamme, che non capivano, che gridavano. Alcuni pensavano che era un gioco, cercavano la loro mamma. Io ho visto tutti questi bambini andare giù. E non potevo fare niente. E lì ho gridato ancora al cielo, anche con gli altri: “Perché ci hai abbandonato, mentre prima ci avevi portato in salvo?”.
Il secondo è nell’epilogo in cui Celestini ci rivela il suo nuovo racconto, il più breve, in cui c’è tutto: “Palestina libera”.

