mercoledì, Novembre 25, 2020

Il “Sogno di una notte di mezza estate” irriverente e pop di Massimiliano Bruno

Dimenticatevi merletti, leziosità e carinerie pseudo elisabettiane. Ecco finalmente uno Shakespeare vigoroso e pop che proietta il bardo in una giusta dimensione onirica. E’ il Sogno di una notte di mezza estate di Massimiliano Bruno, popolato da zingari circensi, dominatrici, creature della foresta in cerca di sollazzo. Ed è proprio il divertimento il vero leit motiv dello spettacolo che intrattiene spudoratamente, senza mezzi termini, a dispetto della raffinatezza obbligata e anche un po’ datata a cui si relega spesso la grande drammaturgia. Ma senza nulla togliere a quella grande riflessione sul mistero dell’amore che è il tema portante del testo.
Tre intrecci amorosi, due dimensioni: da una parte il mondo terreno di Teseo (Daniele Coscarella), Duca di Atene, e Ippolita (Violante Placido), regina delle Amazzoni in procinto di convolare a nozze, delle due coppie Demetrio (Antonio Gargiulo) – Elena (Sara Baccarini) e Lisandro (Tiziano Scrocca) – Ermia (Alessandra Ferrara) e della compagnia di teatranti artigiani, capitanati da Quince (Maurizio Lops) e Bottom (Stefano Fresi); dall’altra il mondo delle fate di Oberon (Augusto Fornari), Titania (Violante Placido) e Puck (Paolo Ruffini), vero deus ex machina della vicenda. Le nozze di Teseo e Ippolita, da cui dipendono le felicità delle due coppie, non è altro che un pretesto per introdurci in un mondo fiabesco-metropolitano, a metà strada tra il concerto rock e l’happening teatrale. Illuminate dalle luci fluo di Marco Palmieri, troviamo un mondo altro, un crogiuolo di passioni ed emozioni dichiarate e comicità verace. Oberon, un bravissimo Augusto Fornari, è una sorta di Prince dalla sessualità fluida e molto spiccata, che ama scherzare con le incertezze delle due coppie, con il celebre espediente della pozione amorosa, che farà addirittura in modo che Titania si innamori di Bottom (Stefano Fresi), l’artigiano a cui Puck ha assegnato una testa d’asino. Puck è un folletto dall’attitudine molto slow nelle fattezze sornione di Paolo Ruffini, che ha dalla sua una vocalità molto teatrale e di notevole impatto. Si inseguono, si lasciano, in una frenetica danza di amore e passioni volubili, le coppie di innamorati, ottimamente caratterizzati nelle loro inconsistenza sentimentale e la regina Titania, una virago in abiti fetish dalla sensualità prorompente di Violante Placido. Il clou dello spettacolo è la commedia finale sulla storia di Piramo e Tisbe, allestita dal gruppo di teatranti artigiani, che si esprimono in linguaggio che proietta gli aforismi di Shakespeare in una dimensione più vicina a noi, al volgare italico dell’Armata Brancaleone, ma recuperando la ruvida comicità del masque elisabettiano. Stefano Fresi conferma la sua poliedricità espressiva dando vita con la sua compagine, che si completa con Rosario Petix, Dario Tacconelli e Zep Ragone, a momenti di irresistibile divertimento. Notevoli, infine, l’allestimento scenico di Carlo De Marino, che annovera elementi di grande impatto e recupera un immaginario visivo che ci riporta alle atmosfere del Laberinto del Fauno di Del Toro – su tutti il carro che porta in scena Titania  – e i momenti musicali (di Roberto Procaccini) fortemente rock, dal riadattamento di Paparazzi di Lady Gaga cantato da Violante Placido al finale sottolineato da Black Hole Sun dei Soundgarden.
Forse molti potranno storcere il naso, per questioni anagrafiche o per puro preconcetto cattedratico, davanti a un Sogno di una notte di mezza estate dichiaratamente pop e divertente come questo. Vale però la pena ricordare che il Sogno stesso è il frutto di uno Shakespeare sperimentatore che, volendo citare David Daiches, tenta di “introdurre, nella tradizione della commedia inglese, una dimensione nuova”. E lo fa mettendo in contatto l’etereo mondo delle fate proprio con il personaggio apparentemente più rozzo, Bottom. Bottom, anti-eroe senza tempo per eccellenza ironico e sprovveduto, è il vero elemento di modernità della commedia, che Bruno sceglie di spingere all’ennesima potenza amplificandone la comicità, proponendo un’operazione di riavvicinamento tra il pubblico e il testo. D’altronde anche Tim Robbins qualche anno fa, con la sua Actors’ Gang multietnica, propose in una chiave più moderna privata della quarta parete un Sogno molto acclamato e poco convenzionale. 
Una strada interpretativa che deve obbligatoriamente proseguire per permettere di mantenere vivo lo splendido mondo shakespeariano nel cuore del pubblico. 

Il Sogno di una notte di mezza estate è in scena al Teatro Manzoni di Milano fino al 17 marzo.

 

 

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