mercoledì, Agosto 5, 2020

“Io non sono un gabbiano”, Cechov vivo e pulsante degli Oyes

E’ un Cechov sublimato, estremizzato, all’ennesima potenza Io Non Sono un Gabbiano, degli Oyes, vincitrice tra l’altro del Premio Hystrio Iceberg 2018 come miglior compagnia emergente.
Lo spettacolo, che ha debuttato nel 2017 nell’ambito di Primavera dei teatri e che è recentemente andato in scena al Teatro Litta, proietta Il Gabbiano di Cechov in una dimensione insolita e avvincente, libera dagli insidiosi rischi di manierismo cechoviano.
Interessante l’incipit: diversamente dal testo originale, Irina Arkadina, la grande attrice, madre incostante del tormentato drammaturgo Kostja (Francesco Meola) è morta. Una scelta che sembra enfatizzare la carica simbolica di un teatro convenzionale destinato a scomparire. Al funerale l’omaggio di amici e parenti è aperto da una lunga e prolissa orazione del Maestro elementare Medvedenko (Dario Merlini). Un’anima pura, fin troppo semplice, che si contrappone a Kostja, che irrompe in scena anticipando una performance artistica veicolata dalla giovane aspirante attrice Nina (Claudia Gambino).
Ogni personaggio attua un proprio monologo, venato da una disperazione latente per un amore che non potrà mai avere. E’ infatti l’amore a dominare le relazioni e a sovrastare tutte le altre tematiche cechoviane. L’amore è inquinato dall’arte, dal narcisismo e dalla ricerca della sublimazione performativa. L’amore del maestro che idolatra Maša (Camilla Violante Scheller), che però ama Kostja, innamorato a sua volta di Nina, che finirà col legarsi all’egocentrico letterato Trigorin (Umberto Terruso), dopo aver assaporato un brevissima e illusoria carriera da attrice. Alcuni momenti colorano il testo di registri contrastanti, a volte tragicomici, a volte fortemente drammatici: il fonico (Daniele Crasti) in un colloquio surreale con il microfono; Kostja che si denuda e dichiara il suo amore a Nina e oltrepassa il limite tra arte e vita vera, perché “la vita bisogna descriverla non com’è, né come dovrebbe essere, ma come ci appare nei sogni”.
Un crescendo di emozioni in cui c’è spazio anche per il Cuoco (Fabio Zulli) alle prese con il rimpianto per una morte inaspettata e il Dottore (Dario Sansalone) con una spiazzante riflessione sul meccanismo del cuore umano. Fino alla scena finale del matrimonio tra Maša e il Maestro Medvedenko, sulle note pop di Felicità di Albano e Romina.

Regna in questo spettacolo un’intensa drammaturgia collettiva, che il regista Stefano Cordella affida a un gruppo di attori completamente assorbiti dalle sfumature dei rispettivi personaggi, destinati a spaziare dall’autocommiserazione all’indifferenza o a consumarsi nella passione contrastata. Lo scenario è un set minimalista, quasi anticipato dallo stesso Cechov nelle parole di Kostja: “Sipario, palcoscenico e, al di là, spazio vuoto. Niente scene”. Ed ecco infatti un sipario semi-vuoto con l’unico dettaglio di una consolle, un microfono e qualche sedia, quanto basta per inchiodare il pubblico a un testo che risulta più attuale che mai.
Uno spettacolo di Cechov avvincente e attuale potrebbe sembrare una provocazione, e forse lo è. Ma è proprio questo a rendere unica la prova degli Oyes, dalla drammaturgia alla regia alle interpretazioni, niente è lasciato al caso. Da vedere e rivedere per poter assaporare a pieno la magia di un classico in cui batte un cuore pulsante. 

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