venerdì, Novembre 27, 2020

“La scuola delle mogli”, il Molière vitale e incantevole di Arturo Cirillo

Commedia della maturità di Molière, La scuola delle mogli rappresenta forse uno dei punti più alti della sua drammaturgia. Con la vicenda di Arnolfo, che crede di aver allevato nell’ignoranza come perfetta moglie la giovane Agnese, Molière esprime in realtà una tragedia, quella di un uomo che ama, ma che non sa suscitare amore e che ne è disperatamente cosciente. Un’angoscia la sua, che va di pari passo con l’elemento comico, talvolta di difficile coesione nelle rappresentazioni.
Ha colto perfettamente nel segno Arturo Cirillo, che dirige e interpreta La scuola delle mogli attorniato da un cast di altissimo livello. Nella sublime scena di Dario Gessati, costruita su un girevole che è la casa-prigione di Agnese, una gabbia dorata dai toni pastello, Cirillo  si muove come uno Sganarello dall’angoscia frenetica e dolente, rivendicando la gestualità, la mimica e i toni, che Molière aveva sapientemente sottratto alle maschere italiane già ne La Scuola dei mariti e prima ancora in Sganarello o il cornuto immaginario. E proprio come Sganarello, Arnolfo vuole una moglie a prova di corna e ha usato “qualsiasi mezzo per farla diventare idiota il più possibile”. Fregiandosi di una doppia identità, si palesa di tanto in tanto nella casa-prigione per testare l’assoluta ignoranza di Agnese, che è comunque sorvegliata dai due servitori Georgette (Marta Pizzigallo) e Alain (Rosario Giglio). Ma Arnolfo non ha fatto i conti con la natura, perché, nonostante i suoi sforzi, Agnese ha ceduto alla forza dell’amore per il giovane Orazio (Giacomo Vigentini) che gliela sottrae senza rimedio.
L’elemento comico del testo è costruito sull’angoscia tutta umana – e anche molto attuale – di Arnolfo, che Cirillo interpreta con una magistrale gamma di sfumature dal grottesco al sofferente, muovendosi in un territorio ideale a metà strada tra la levità sanguigna di un fabliau medioevale e la raffinatezza di un marivaudage ante-litteram. La grande abilità registica si riflette anche nell’innesco di movimenti quasi coreografici, come le azioni improvvise sotto luci stroboscopiche dei personaggi che si agitano come in una slapstick comedy, l’azione degli stessi attori-macchinisti nella meccanica del girevole, l’inserimento di elementi moderni, come gli accenni canterini pop di Orazio e l’utilizzo degli splendidi costumi damascati e in latex dal sapore steampunk di Gianluca Falaschi. Perfetta poi la grazia nevrotica e tutta implosa di Valentina Picello, che regala un’Agnese di rara intensità e mai banale. Così come del tutto originale e inedita la verve post-moderna dell’Orazio di Giacomo Vigentini e la forza comica dei due servitori Marta Pizzigallo e Rosario Giglio (quest’ultimo molto efficace anche nel ruolo di Crisaldo, l’amico-confidente di Arnolfo).
Uno spettacolo in cui nulla è lasciato al caso e che crea una profonda connessione e complicità con il pubblico, restituendo tutta la forza drammaturgica e l’umanità dei versi di Molière. Al Teatro Elfo Puccini fino al 10 marzo.

 

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