mercoledì, Aprile 1, 2020

“L’importanza di chiamarsi Ernesto” tra humor e irriverenza di Bruni-Frongia

L’attrazione si può misurare in punta di sillaba? Secondo Oscar Wilde non solo è possibile, ma può dare vita a una storia d’amore. Anzi due.

Giocata sull’ambivalenza del nome Ernest e della parola “earnest”, ovvero onesto, L’importanza di chiamarsi Ernesto è un vero capolavoro di ambiguità e humor, che mascherano una feroce critica alla società vittoriana. Scritto alla vigilia del celebre processo che coinvolse Wilde, non è solo una commedia divertente, ma è un caposaldo di tutto il teatro contemporaneo, che anticipa l’assurdo del vuoto beckettiano, prendendosi gioco del manierismo estetizzante di cui lo stesso scrittore irlandese ne fu vittima compiacente.

Torna in scena al Teatro Elfo Puccini fino al 31 dicembre l’allestimento dal tono sfacciatamente pop firmato Ferdinando Bruni e Francesco Frongia (che curano anche scene e costumi) a metà tra la swinging London e l’universo almodovariano, un immenso set fotografico anni sessanta degno di Blow Up, tra costumi coloratissimi e ironia all’ennesima potenza. Una macroscopica lente d’ingrandimento sull’ipocrisia di un mondo che mette il denaro e i privilegi sociali al centro di tutto, tra dialoghi e situazioni spassose, sottolineate da musiche deliziosamente fuori contesto (da I will survive a La pantera rosa) e soprattutto da un cast in stato di grazia. Riccardo Buffonini ritrae un Algernon esilarante fin dalle prime scene. Un “socialite” dall’affettazione esasperata, che snocciola con humor impagabile epigrammi e paradossi, con la complicità di Jack “Ernest” (Giuseppe Lanino). Ed ecco proprio il tema del doppio, dell’ambiguità tra il beffardo Algernon, ozioso rappresentante del bel mondo londinese, controparte di Jack, amico dagli oscuri natali e sfaccendato “malgré lui”, debolezza a cui ha rimediato con l’escamotage di una doppia identità. E’ il libertino Ernest in città e l’integerrimo Jack in campagna, dove è tutore della giovane Cecily (Camilla Violante Scheller). Ma in città amoreggia con la cugina di Algernon, Gwendolen Fairfax (Elena Russo Arman) il cui “ideale è sempre stato quello di amare qualcuno dal nome Ernest”. Lo stesso Algernon, che conduce una doppia vita grazie all’invenzione di un amico invalido, chiamato Bunbury, si invaghisce a distanza di Cecily, che va a trovare fingendosi Ernest, fittizio fratello debosciato di Jack. Ovviamente, come è noto, non saranno rose e fiori, soprattutto per le presenze per nulla rassicuranti dell’arcigna Lady Bracknell (Elena Ghiaurov), madre di Gwendolen ben decisa a rimediare alla figlia un buon partito, e di Miss Prism (Cinzia Spanò) integerrima governante di Cecily dalle velleità romanzesche e vera depositaria del segreto dei natali di Jack. L’allestimento di Bruni-Frongia spicca proprio per le ottime caratterizzazioni dei personaggi, che sfoggiano un impeccabile manierismo, esasperando modi e tic: dai movimenti meccanici di Lady Bracknell, che fa del suo rigore il tratto umoristico distintivo, alla forte miopia di Gwendolen, così in contrasto con la sua presunta perfezione da donna angelicata. Fino alla prorompenza di Cecily, sempre in bilico tra ingenuità e la forte pulsione sessuale. Così come anche le divertenti stilizzazioni di Luca Toracca (il reverendo Chasuble) e di Nicola Stravalaci  (nel doppio ruolo dei maggiordomi di casa Worthing e Moncrieff).

Un perfetto compendio di regia, recitazione e aspetto visivo fa di questo allestimento uno spettacolo memorabile, che diverte il pubblico, portandolo a riflettere su convenzioni e ipocrisie di una società in alcuni aspetti non così difforme da quella vittoriana.

Foto Laila Pozzo

 

 

 

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