martedì, Gennaio 21, 2020

“Lo zoo di vetro” attraverso la maschera dell’illusione di Leonardo Lidi

Recensione di Emma Bovati

Il copione di Tennessee Williams, adattato da Leonardo Lidi, prende vita attraverso la nuda finzione.
Protagonista la famiglia Wingfield dai trucchi e costumi clowneschi, i cui membri, Amanda (Mariangela Granelli) e i due figli Laura (Anahì Traversi) e Tom (Tindaro Granata) , sono gli abitanti di una casa giocattolo rosa pastello, immersa in un mare di polistirolo azzurro, quasi come se l’intero palcoscenico delineasse una scatola per imballaggi. Una scatola per oggetti fragili. Come quella in cui Laura custodisce accuratamente lo zoo di vetro ereditato dal padre. La fragilità, annunciata già dal titolo stesso dello spettacolo, è del resto il filo che unisce tutti i personaggi.
I protagonisti della vicenda popolano i ricordi di Tom, il narratore. Nella storia è infatti prevalente la dimensione del ricordo e il tentativo disperato di Tom di offuscarlo; durante l’intera storia, Tom prova continuamente a evadere dalla gabbia della sua abitazione e dalla quotidianità del suo mestiere, rifugiandosi dal cinematografo e in particolare nell’alcol, sino alla fine dello spettacolo, quando annienterà il ricordo della sorella e della casa, mandandolo letteralmente in frantumi.
La storia non è tuttavia suscettibile del suo solo punto di vista e pari dignità viene data a ogni personaggio, che nel ricordo acquisisce vita propria.
Ognuno mette a nudo la propria umanità, nonostante il velo della finzione.
I registri espressivi con cui i personaggi si svelano sono vari, dal canto iniziale di Laura alle grida sincroniche di Tom e della madre, dai tuffi nel polistirolo al monologo di Amanda rivolta alla luna o all’ex marito (che fa sentire con inquietudine la sua presenza-assenza, rimanendo in scena per buona parte dello spettacolo); ma forse sono il mimo e i delicati movimenti di Anahì Traversi a rivelare, con il non-detto, molta della profondità dello spettacolo. A ciò si aggiunge una recitazione penetrante e aerea al tempo stesso, che permette l’immedesimazione nel personaggio di Laura, una persona incompresa, perché non si confà alla realtà in cui vive, di conseguenza isolata nel proprio universo, passiva. Laura è la fonte principale del disagio dei Wingfield: il suo piede zoppo e la sua timidezza, in un certo senso simbolici delle sue difficoltà sociali, le rendono difficile il contatto con il mondo esterno. Rinchiusa in un mondo irreale e atemporale, passa le sue giornate tra gli animali del suo zoo di vetro.
Laura sembra antitetica alla madre, sia nei colori sia nella presenza.
Amanda è una donna ingombrante e chiassosa, costantemente impegnata a tenere unito un nucleo famigliare destinato a disgregarsi; a differenza di Laura, Amanda parla costantemente, spesso parla da sola, sembra immersa in un costante soliloquio, persino nel dialogo con i figli, che, nella foga dell’apprensione materna, non riesce mai a comprendere a pieno. Del resto, una pregnante incomunicabilità mina i nervi dei tre familiari, incapaci di collaborare per risolvere il comune malcontento. Amanda ha, da parte sua, una soluzione: la ricerca di una controparte maschile che aiuti e sostenga Laura. E la figura maschile che sembra racchiudere in sé tutti gli uomini della vicenda è Mario Pirrello, interprete del padre alcolizzato, a sua volta rimando a Tom; ma interprete anche di Jim, l’apparente pretendente di Laura, che di lui era stata un tempo innamorata. Jim, portavoce (anche attraverso gli abiti bianchi) del mondo esterno, fa irruzione nella casa in modo esplosivo. Fisico, divertente e impulsivo, l’esatto contrario di Laura, sempre chiusa nei suoi pensieri e quasi trasparente, Jim sembra una ventata di aria fresca per la sorte della famiglia. Ma sarà proprio lui a mandare definitivamente tutto in frantumi. La disgregazione del nucleo famigliare coincide anche con l’evasione di Tom, che riesce finalmente ad avviarsi per la sua strada, tra i sensi di colpa e l’egoistico desiderio di libertà.
Una storia densa, dove nella famiglia si concentra un microcosmo di realtà umana, dove non esistono buoni o cattivi, ma personaggi, tutti ugualmente drammatici, che lo spettatore, nel corso dello spettacolo si ritrova a odiare, giustificare e compatire.
Non c’è nessun vincitore in questa storia: tutti, persino Tom che riesce a fuggire, ne escono ugualmente sconfitti e disillusi.
Forse è per questo che la “maschera dell’illusione”, esibita con grande efficacia dalla regia di Leonardo Lidi, costituisce secondo Tom l’espediente migliore per raccontare la verità della sua storia.

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