sabato, Luglio 24, 2021

Quel “Marziano a Roma” atterrato al Menotti di Milano

68 anni fa il celebre scrittore Ennio Flaiano compose un fortunato breve racconto dal titolo “Un marziano a Roma” (1954). In esso, con surreale e caustica ironia, narrava il singolare atterraggio a Villa Borghese di un’aeronave proveniente da Marte nella Capitale e l’epopea tragicomica del marziano Kunt nel suo soggiorno romano. 

L’opera intendeva satireggiare i costumi italiani del secondo dopoguerra e in particolare le dinamiche culturali della Roma del tempo, mostrando intuizioni anticipatrici del modello di quella imminente società effimera, omologata e spietatamente consumista, sempre alla ipocrita ricerca di qualche “salvifica” novità. 

Quel testo in seguito divenne ambiziosamente anche uno spettacolo teatrale che vide proprio a Milano la prima il 23 novembre 1960 al Teatro Lirico, interpretato dalla compagnia Teatro popolare italiano fondata da Vittorio Gassman. E inizialmente fu un insuccesso, fu fischiato. Quel racconto, narrativamente accattivante, non reggeva drammaturgicamente. 

60 anni dopo Emilio Russo, riconoscendo in esso ancora un’opera gravida di enorme attualità e fedele alla visione originale di Flaiano – salvo qualche taglio – fonde racconto e opera teatrale in una produzione targata Menotti. Una regia semplice ed evocativa, ma rispettosa per un monologo brillantemente interpretato da Milvia Marigliano in una varietà di dialetti, registri, timbri e colori, in perfetto equilibrio tra caratterizzazione e lettura scenica, tra proscenio e leggìo.

A cominciare dall’ingresso in città del marziano Kunt, restituendo l’impressione tanto del chiacchiericcio popolare, quanto delle singole personalità di quella Roma anni ’60, dalle macchiette da popolino grezzo alla nobiltà surreale, dal bigottismo cattolico al comunismo, passando per certa stampa a riconoscibili profili di intellettuali – da segnalare un esilarante Federico Fellini. 

Nella versione di Russo si intrecciano voci di un’intera città, dai romanacci “de borgata” di pasoliniana memoria, a una signora snob che in qualche modo omaggia Franca Valeri fino al marziano, Kunt, impersonificato come una sorta di Forrest Gump. In particolare la Marigliano nell’interpretare Kunt dosa quando non spilla sillaba dopo sillaba, portandoci nel dolore dei suoi pensieri, a cominciare dallo stupore che nessuno gli abbia fatto la domanda fondamentale, ovvero lui chi sia. Toni, risate e parole che vibrano e risuonano incisive per tutto l’atto, calibrate tra cronaca e testimonianze dirette sulla visita dell’alieno, prima ben accolto e poi beffeggiato fino a essere dimenticato.

Uno spettacolo dalla dimensione polifonica, che affresca una società basata sul principio del successo economico che divora e digerisce anche il povero Kunt (“Voi ammirate una sola riuscita: la ricchezza”, dice sperando di poter riavere l’astronave che è stata pignorata).

Quale contrappunto musicale Raffaele Kohler, che con lunghe, vibranti e intense note della sua tromba dà colore e supporto alle voci di Roma, offrendo con complici fraseggi l’accompagnamento per armoniose pause e parentesi poetiche, facendo talvolta eco ai personaggi trasfigurati dalla Marigliano, a tratti quasi duettando. A incorniciare la scena una scenografia semplice, basata su funzionali giochi di luce e una scala.

Al di là del gusto della ripresa e riproposizione di questo classico, quello che evidentemente interessa a Russo è in qualche misura il legame con l’attualità. La presunta rilettura dell’arrivo di questo alieno potrebbe riferirsi forse intuitivamente alla venuta recente del virus – che come è arrivato a monopolizzare la nostra vita lascerà presto posto ad altro – oppure, più largamente, all’eterno ritorno di quell’endemico istinto popolare della ricerca di novità per digerire una quotidianità (sociale, modaiola, politica) che prontamente vorrebbe sostituire con altro. Una ricerca che non corrisponde però realmente al bisogno di qualcosa di effettivamente valido o salvifico, ma che semplicemente si fonda sullo sterile principio di sostituzione o di consumo, come nel caso di Kunt. 

Uno spettacolo che ci ricorda che, mentre tempi, avvenimenti e persone si susseguono apparentemente nello scorrere della nostra vita, siamo sempre meno consapevoli di quanto noi per primi siamo responsabili nell’attribuire a “corpi estranei” attese, valori e qualità spesso non riscontrabili – Kunt arriva sulla Terra senza nulla pretendere, sono gli altri che gli attribuiscono un’importanza maggiore, invitandolo nei salotti. Tanto più evidente di conseguenza nel fatto che Kunt, involontariamente e inconsapevolmente, deluda poi qualsiasi aspettativa ad ogni livello sociale. 

In circa 55 minuti, tra colorito intrattenimento e mordace ironia, si sorride amaramente, non solo godendo il testo di Flaiano, ma anche intravedendo velatamente e probabilmente riferimenti alla disperazione delle giovani generazioni, sempre alla costante ricerca di un cambiamento ottimisticamente interpretato come positivo, a prescindere da quello che poi potrà realmente portare. Cambiamenti così rapidi di cui spesso rimane solo un’eco. Proprio come un’eco rimane la voce di Kunt, che sparisce di nascosto e nel silenzio dello spazio, in contrasto col fragoroso vociare della Terra. Ritorna così nel cosmo, senza nemmeno salutare, come spesso accade ad alcune occasioni mancate.

Una buona opportunità per prendere confidenza o riscoprire uno dei titoli più interessanti nella produzione di Flaiano.

Articolo scritto da © Luca Cecchelli

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