“Grazie Gaber!”: il recital-tributo di Walter Di Gemma all’inventore del teatro-canzone

In occasione dei 20 anni dalla scomparsa del Signor G., riproponiamo la recensione del recente omaggio a Giorgio Gaber di Walter Di Gemma al Teatro Leonardo (21 novembre 2022).

A poche settimane dall’anniversario del ventennale della scomparsa del mai abbastanza compianto Gaber, Walter Di Gemma torna a riproporre il suo fortunato Grazie Gaber! In scena dal 2004, questo recital continua a essere una valida occasione per godere di una performance molto vicina all’atmosfera dei tanti filmati oggi reperibili su DVD e YouTube o visti in tv, soprattutto per quelle generazioni che non hanno purtroppo potuto assistere dal vivo agli spettacoli del Signor G. 

Di Gemma ripropone canzoni e monologhi del repertorio Gaber-Luporini con grande passione e rispetto. Un rispetto probabilmente ancora più enfatizzato dalla stima reciproca con il cantattore, in una scaletta sì rappresentativa ma non scontata. Selezionata appositamente per uno show costruito tanto con sobrietà, quanto con una preparazione tale da solleticare ogni tipo di spettatore contemporaneo, attraverso una sequenza di capitoli essenziali della storia teatrale di Gaber. 

A cominciare dal celebre Io mi chiamo G., monologo di apertura del primo storico spettacolo di teatro canzone (Il signor G / I borghesi, stagione 1970-71 e 1971-72). Bastano poche battute e la voce di Di Gemma cala immediatamente i presenti nel mondo gaberiano: quasi sembra di sentire Gaber stesso, lasciando immaginare che sia sul punto di comparire dal buio. Al termine si staglia invece su un fondale blu la sagoma di un uomo ben vestito, giacca e cravatta: è Di Gemma, che si palesa sorridente e solitario. Niente orchestra d’accompagnamento ma funzionali e pratiche basi preregistrate, che comunque nulla tolgono all’intensità dei numeri successivi, imbracciando anche la chitarra quando necessario.

É proprio con i primi accordi della sua chitarra che intona Far finta di essere sani (1973), poi L’Odore (1974), persino Polli d’allevamento (1978), una delle composizioni più provocatorie e dibattute di Gaber, impietosa critica al movimento giovanile tacciato di conformismo. E sempre da quell’album un monologo meravigliosamente intramontabile come Dopo l’amore e La paura, accanto ad altri come Oh Mama! ed È sabato, titoli degli anni del “Teatro del noi”, poi ripresi anche nei recital antologici degli anni ’90 (“Il teatro canzone”) durante i quali Gaber, come da tradizione, era solito riproporre i successi dei decenni precedenti accanto a quelli più recenti e disincantati, in accordo alle tematiche di fine secolo, che sempre più ossessivamente vanno misurandosi con l’esasperazione dell’“io” sul “noi”.

A spezzare la scaletta con un po’ di ingenua leggerezza anche Torpedo blu (1968), firmata da Leo Chiosso, insieme a momenti più intimi, in cui la performance si fa più vibrante, come nella superba L’illogica allegria (1980) o in un brano meno prevedibile come Gildo, perla dall’album Anni affollati (1981). L’emozione però si fa più irrefrenabile e si sente in gola a Di Gemma in Quando sarò capace di amare (1994), probabilmente ricordando l’ultima commovente esibizione televisiva di un Gaber già malato, ospitato da Celentano a Rockpolitik (2001) o in Non insegnate ai bambini (2003), fantasticando sullo stato d’animo del Signor G. alle prese con la sua definitiva registrazione in vita. E quanto più si percepisce l’emozione di Di Gemma, più sussulta anche la sala. 

Nell’introdurre e trattare ogni brano Di Gemma dà spazio a brevi riflessioni su valori perduti in proporzione alla profezia gaberiana del progredire di una smania individualista, in un continuum tra i tempi del cantattore e i nostri. Sempre genuinamente coinvolto, quale orfano artistico, è assolutamente rigoroso e quasi maniacale nel riproporre note, intonazioni, testi e gestualità – ben studiata – del Signor G. In Di Gemma si avverte tutto il desiderio di rendere fedelmente ogni atomo del pensiero gaberiano, cercando di conservare una naturale e fresca ironia senza essere sopraffatto da malinconie e inevitabili flashback di un’amicizia segnata da serate condivise durante e dopo gli spettacoli, momenti nei quali Gaber ha avuto modo di viverlo da vicino. 

Talmente da vicino che lo evoca adottandone, sempre “in punta di microfono”, la mimica. Forse uno scrupolo volto a testimoniare che i testi firmati con Luporini, per grandezza di scrittura e di linguaggi, non solo sono classici – e così andrebbero trattati, senza contaminazioni di sorta – ma inevitabilmente legati anche a una fisicità unica, che è parte integrante di quel teatro. Di Gemma introiettata spirito e lezione del teatro-canzone ma se ne appropria senza mai risultare caricaturale, anzi con la delicatezza di un figlio che, per imitazione, vuole riportare all’attenzione le orme di un padre artistico di tanto peso, nelle quali anche lui ha camminato. Un sano repertorio senza sottotesti, interpolazioni o forzati ammiccamenti all’attualità. Semplicemente perché non sarebbero neppure necessari. Si prenda ad esempio il brano Il tutto è falso, il falso è tutto scritto 20 anni fa e terribilmente attuale nel descrivere un mondo in cui la tecnologia è presente al punto di sovrastarci e nel quale il fake è elemento della nostra quotidianità. E non c’è bisogno di aggiungere altro.

E al termine, proprio come solitamente accadeva negli spettacoli di Gaber, Di Gemma imbraccia per l’ultima volta la chitarra per un revival di singoli che comprende La ballata del Cerutti (1960), Il Riccardo (1969), Barbera e Champagne (1970), alcuni composti con il mai troppo celebrato Umberto Simonetta. E poi l’immancabile Lo Shampoo (1972) e infine tutti in coro a cantare La Libertà (1973), riportando inevitabilmente anche al clima di una certa tv, ormai lontana. 

Personalmente mi permetto di sottolineare in questa occasione la mancanza di un brano come Io se fossi Dio (1980) – già riportato in scena da Di Gemma nel 2019 per celebrare gli 80 anni dalla nascita del cantattore – a rimarcare anche il tema dell’insofferenza verso il falso buonismo, espresso con magistrale crudezza. Perché, va ricordato, Gaber era anche questo.

«Ci sono in lui tutti i valori che una persona onesta vorrebbe raggiungere ed è bello essere stati segnati da Gaber, vivendo sotto la sua ombra, perché è impossibile superarlo. È una protezione, un punto fermo, un riferimento per una coerenza del ragionamento, lucido». 

Walter Di Gemma

Guardare Di Gemma è un po’ come veder rivivere Gaber, che sembra sempre aleggiare in scena per quasi due ore, quasi fosse sul punto di entrare da un momento all’altro a duettare affettuosamente con quel suo “figlio”. 

Uno spettacolo adatto sia a chi il teatro di Gaber non l’ha vissuto – ma è comunque curioso di godere, in maniera autentica e dal vivo, di qualcosa che non può più essere, avvicinandosi a capire cosa è stato – e sia per coloro che hanno vissuto quegli anni, con Gaber in scena, rispolverando così una affettuosa nostalgia. 

Una sedia, un’asta e un microfono, sfondi colorati, rossi, verdi e blu, semplici puntamenti, spesso sapientemente utilizzati per visualizzare una sagoma nera e una regia fedele ai recital del nostro cantattore. E poi Di Gemma, schietto nel restituire il più autenticamente possibile un repertorio unico e inimitabile al pubblico contemporaneo. Dei tanti interpreti di Gaber sicuramente è uno di quelli che meglio ne restituisce la semplicità. E abituati a vederlo in tv, nelle trasmissioni CantaLombardia e Voci in piazza su Antenna3 al fianco di Sabrina Musiani, all’osservatore attento già non sfugge quanto Gaber sia stato e sia un riferimento per Di Gemma, che di suo resta comunque uno degli esponenti massimi del panorama musicale lombardo contemporaneo.  

Se alla domanda “Ci può essere un Gaber dopo Gaber?” avremmo di primo acchito risposto “no”, con casi come quello di Di Gemma ritroviamo buoni motivi per credere il contrario. Perché? Per le sue intenzioni. Cioè proprio come Gaber confessò in un’intervista di stare in scena con lo spirito del “Scusate, io sono su e voi siete giù, ma è un fatto casuale, succede perché stavolta sono io che devo dirvi qualcosa” (F. Zampa, «Individuo vieni fuori», Il Messaggero, 29 ottobre 1983), così Di Gemma sembra approcciarsi e dire al suo pubblico: “Scusate, sono qua su solo perché voglio ricordare insieme a voi Gaber, con “partecipazione”, come avrebbe voluto lui, ma preferirei essere lì giù con voi a guardare anche io Giorgio, ancora vivo”. Un messaggio per questo artista irripetibile che Di Gemma sintetizza umilmente in due parole: “Grazie Gaber!”. E Gaber, sono sicuro, se lo vedesse, come tanti altri hanno già fatto, gli direbbe: “Grazie Di Gemma!”

© Luca Cecchelli 

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