Un grande interprete non è necessariamente un grande narratore. L’arte della narrazione implica infatti una particolare abilità per creare una realtà vivida per chi ascolta. Come già accaduto con Odissea, Tullio Solenghi riesce nella mirabile impresa di restituirci un capolavoro letterario con una freschezza e una partecipazione di estrema levità e raffinatezza. E’ questo il caso di Decamerone Un racconto italiano in tempo di peste, portato in scena al Teatro Carcano lo scorso 15 aprile. Dopo un breve prologo esplicativo da parte del regista Sergio Maifredi, Solenghi ci introduce allo spettacolo, iniziando con una personale versione di novella boccaccesca 2.0, che non manca di esilaranti riferimenti a maestranze politiche italiane. 
Passa poi alla lettura integrale di sei tra le più note novelle scritte a metà del 1300, periodo in cui la peste ha sterminato 30 mila persone in una città come Firenze da 80 mila abitanti. Quando la morte sembra prevalere su tutto affiorano in tutta la loro bellezza, tragicità e umanità vicende in cui il caso, l’amore e l’ingegno sono i temi fondamentali. 
Ed ecco Chichibio, servo scaltro che raggira il padrone; le manovre di mogli fedifraghe ma astute (Peronella che nasconde l’amante in un “doglio” e Madonna Filippa, colta in adulterio, “chiamata in giudicio, con una pronta e piacevol risposta sé libera e fa lo statuto modificare”); le macchinazioni libertine di Masetto di Lamporecchio, che fingendosi “mutolo, diviene ortolano di un monistero di donne, le quali tutte concorrono a giacersi con lui”; la sventura che volge in fortuna per Federigo Degli Alberighi; l’episodio “boccaccesco” per antonomasia, quello di Alibech, giovinetta di Capsa “a cui Rustico il monaco insegna a rimettere il diavolo in inferno”. Un panorama di caratteri di ogni estrazione e di grande vitalità, che Solenghi ci restituisce con eccezionale bravura e umorismo, mettendo in luce, la lingua boccaccesca ricca di eufemismi, senza alcun tipo di caduta di gusto e le diverse caratterizzazioni, dalla prosa fiorentina alta, ai latinismi fino ai vari accenti regionali dei racconti. 
Solenghi chiude lo spettacolo con un divertente racconto di Campanile La quercia del tasso, auspicando per i vari studenti tra il pubblico l’introduzione di autori comici nei programmi scolastici e con alcuni divertenti aneddoti. Due riferiti alle repliche al Teatro Sistina del celebre spettacolo del trio Solenghi-Lopez-Marchesini Allacciare le cinture di sicurezza del 1987 (il finto malore della Marchesini ispirato allo svenimento in scena di Valentina Cortese e l’allarme bomba dato durante lo spettacolo al Sistina, che proprio per il precedente bluff del trio non venne preso sul serio dal pubblico); un racconto di vita vissuta dai toni tragicomici della coppia Vianello-Mondaini.

Uno spettacolo magnifico, condotto con leggerezza da un interprete in stato di grazia che restituisce tutta la modernità e grandezza di Boccaccio.