RUMBA: Celestini, San Francesco e i dimenticati

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Roma, Auditorium Parco della Musica 16 11 2023 ROMAEUROPA FESTIVAL 2023 Ascanio Celestini: “Rumba. L’asino e il bue del presepe di San Francesco nel parcheggio del supermercato” ©Fondazione Musica Per Roma - Pasqualini/MUSA *******************

 “Quante sono le stelle nel cielo? Così tante che non si possono contare. E neanche vedere tutte quante”. Inizia così, nel buio di un palco che si rivela a poco a poco RUMBA – L’asino e il bue del presepe di San Francesco nel parcheggio del supermercato, il nuovo spettacolo di e con Ascanio Celestini, che ripercorre la vita di San Francesco, in un continuo parallelo tra storie di emarginati di oggi. Personaggi, che, come ieri, nessuno vede e che scendono in strada in un parcheggio di un supermercato ad aspettare i pellegrini di Francesco, che forse non arriveranno mai. Rumba è la terza parte di una trilogia composta anche da Laika (2015) e Pueblo (2017). I due personaggi sono gli stessi in tutti e tre gli spettacoli, vivono in un condominio di qualche periferia e si raccontano quello che gli succede. Nella povera gente del loro quartiere riconoscono facce e destini analoghi a quelli degli ultimi che Francesco ha incontrato otto secoli fa.

Ascanio Celestini, con la sua inconfondibile cifra stilistica, usa la voce come uno strumento, tra nenie poetiche e affabulazioni, capaci di far vibrare all’ennesima potenza le corde emozionali, appoggiandosi alle note del fisarmonicista Gianluca Casadei. Come unica scena la bellissima tavola sulla vita di Francesco dipinta da Franco Biagioni, un artista che utilizza lo stile dell’ex voto come archivio di fatti e misfatti della storia.

In Rumba la narrazione si allarga a macchia d’olio, tra storie di oggi e vicende del santo, in cui non si sa più dove cominci una e finisca l’altra, ma che conduce a un’unica certezza: una storia più grande, “ufficiale”, alla fine inghiotte sempre quella più piccola, dei singoli. Come piccola, anzi minuscola, era la chiesa della Porziuncola in cui Francesco morì nel 1226, stremato dalle privazioni, così come Greccio, il paesino in cui la notte di Natale del 1223 il santo fece il suo primo presepe, rappresentato da un bue, un asino e una mangiatoia, proprio per dimostrare che Gesù era nato povero in un paese di poveri. La Porziuncola sarà però inglobata in Santa Maria degli Angioli per custodire le povere spoglie di Francesco. Un’immensa basilica affrescata di tutto punto per volere di una Chiesa, che in vita a malapena volle saperne del santo di Assisi. Il presepe di Greccio sarà trasfigurato nei secoli in un maestosa rappresentazione vivente, con figuranti in carne ed ossa. Una grandiosità che è tutto il contrario di quanto predicò Francesco, un uomo nato ricco, che scelse non solo di essere povero, ma di farsi servo dei poveri. Un cavaliere che si rifiutò di fare la guerra e che si recò in Terra Santa predicando la pace e la fratellanza ai crociati. Che però alla fine si ritrovò solo tra i suoi stessi, ormai numerosissimi, seguaci, depositari di una dottrina addomesticata alle esigenze terrene. Perché, si sa, Francesco era perfetto e non lo si poteva certo seguire alla lettera.

Ascanio Celestini racconta il Francesco di oggi nelle storie degli ultimi, attraverso gli occhi di Giobbe, un magazziniere analfabeta, che finirà i suoi giorni senza mai sapere mai cosa c’è scritto sui pacchi che trasporta; l’africano Joseph, un inizio promettente come becchino, poi schiavo e ancora naufrago, tra i pochi salvi in mezzo alle centinaia di vittime del Mediterraneo. infine prigioniero nel tristemente noto carcere di Santa Maria Capua Vetere, scenario nel 2020 di pestaggi da parte delle forze dell’ordine. Josef torna libero, con il suo incrollabile mito dell’Italia e degli spaghetti, che nemmeno una vita da barbone riuscirà a scalfire. E c’è anche lo sguardo di un pensionato qualunquista, che ripete come un mantra stereotipi razzisti sugli zingari, miliardari nascosti e sfruttatori di bambini. Proprio lui che un figlio lo ha avuto, ma è se ne è andato via troppo presto per una malattia bastarda. Sotto lo sguardo del suo compagno di scuola, uno zingaro beffardo, che è sempre al bar a fumare.

RUMBA regala due ore di narrazione potente, una danza di parole che trova un filo logico invisibile in un susseguirsi di immagini e suoni che restano impresse nelle coscienze. Se il teatro civile ha come fine la consapevolezza sulla storia che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, nulla può colpire più del ricordo dello sguardo attonito dei bimbi migranti morti nel Mediterraneo, strappati alle madri dall’oblio delle onde. Perché dimenticare è il primo passo per essere inglobati in un tutto dove i singoli individui, gli ultimi, i diseredati di Francesco non contano più. Perché “bisogna ricordarsi il nome dei morti, per poterlo seppellire nel cuore dei vivi”.

Lo spettacolo sarà in scena a Milano Teatro Carcano fino al 28 gennaio.

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