Sono passati quasi cinquant’anni dalla trasposizione cinematografica di Andrej Tarkovskij di Solaris, capolavoro fantascientifico di Stanislaw Lem, ormai considerato un vero e proprio romanzo di culto della letteratura moderna. Spacciato all’epoca come una versione sovietica di 2001: Odissea nello spazio, in realtà il film è decisamente lontano dalla poetica di Kubrik. Solaris è un racconto claustrofobico, che assume via via i toni di un profondo studio della psicologia e delle relazioni affettive umane. È in scena in questi giorni al Teatro i fino al 23 giugno la versione teatrale di Solaris, scritta da Fabrizio Sinisi e diretta da Paolo Bignamini, con la produzione del CTB Centro Teatrale Bresciano.

La storia procede dall’arrivo dello scienziato Kris Kelvin (Giovanni Franzoni) sulla stazione orbitante del pianeta Solaris. L’uomo è stato inviato per indagare sugli strani comportanti assunti dagli scienziati che la abitano. Solaris è un luogo “altro”, privo di terra ferma, costituito da un unico immenso oceano, vivo e pensante. Sulla stazione Kris trova il collega Sartorius (Antonio Rosti) in uno stato di sovraeccitazione emotiva e apprende il misterioso suicidio del collega Gibarian, profondamente turbato da strane e inquietanti presenze. Lo stesso Kris viene ben presto a contatto con la giovane moglie Harey (Debora Zuin), morta suicida quattordici anni prima. Con un tragico percorso mentale che lo conduce nei lati più nascosti e oscuri della mente, Kris capisce che l’oceano di Solaris induce alla materializzazione dei fantasmi umani, delle assenze, che diventano presenze tangibili. Vere come i ricordi che le hanno riportate in vita, ma a è cui negata, per loro stessa essenza, una reale esistenza umana. L’ottima drammaturgia di Fabrizio Sinisi riduce il numero dei personaggi del romanzo di Lem a tre, dando alla storia un’impronta teatrale più netta e tragica e permettendo alla regia di Paolo Bignamini di concentrarsi su tre ruoli dialettici: il cinismo scettico di Sartorius, la speranza in un mondo ideale di Kelvin e Harey, essenza del polipensiero, che si nutre delle menti altrui. La versione teatrale spinge al massimo la sensazione claustrofobica della storia, ben rappresentata dalla scenografia essenziale di Francesca Barattini e dalle luci di Fabrizio Visconti, che riproducono la presenza inquietante di Solaris con una vibrante palla di fuoco, che assume il ruolo di controscena emotivo della storia. Ottimi i tre protagonisti, che riescono a tenere alta la tensione della parabola filosofica su tre livelli: il tormento di Harley, l’alienazione di Kelvin e la rabbia di Sartorius. Da vedere senza preconcetti, con la consapevolezza di essere messi davanti alle molte angosce della mente.

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