Avete presente quelle coppie all’apparenza appagate, ma emotivamente in conflitto? Quelle nelle quali l’uno cerca continuamente di minare la sicurezza dell’altra con mancanze di rispetto camuffate da considerazioni come “sono fatto così”?

Quelle relazioni che, quando ci riguardiamo indietro, pensavamo che fosse amore e invece era un calesse, per dirla alla Troisi. Tutti aspiriamo a un rapporto gratificante, è naturale. E quando ciò non si verifica c’è chi in maniera sana molla il colpo e chi invece si attacca ostinatamente a qualcosa che per lo meno lo evochi. Anche se non c’è. Proprio come ai tempi del ciuccio: si chiamano surrogati affettivi. Quei surrogati nati per sopperire alla mancanza di attenzioni da parte di qualcuno che ci ossessiona l’esistenza sentimentale, al punto di farci soffrire per il minimo accenno a una possibile rottura. Indirizzare il proprio amore sul soggetto sbagliato può imbrigliarci in una rete da cui fatichiamo a uscire, sfociando nei casi più gravi in stati di vera dipendenza affettiva. Una patologia contemporanea divenuta sempre più comune, anche se spesso difficile da accettare e riconoscere. 

Proprio questo ha curiosamente ispirato Paola Giacometti a portare in scena Surrogato, un monologo agrodolce per esorcizzare, con ironia e una dose di leggerezza, proprio quell’ansia che comincia subdolamente a divorare tutti questi soggetti quando non si sentono amati. Una drammaturgia che è una sorta di compendio che indugia su una serie di situazioni tipo della “coppia tossica”, caratterizzata da vittime – in questo caso solo dal punto di vista femminile – che pur di accaparrarsi un surrogato d’amore ricavano motivazioni inesistenti da ogni forma di perverso narcisismo del partner. Dinamiche che da una certa prospettiva possono sì risultare comiche, quindi catartiche, anche se pur sempre malate, dunque meritevoli di una riflessione.

In scena una “donna prototipo” a incarnare coloro che sono pronte a tutto per non perdere il proprio “lui”, ma soprattutto quello che resta della loro già scarsa autostima, per fare posto a una relazione irreale, giustificando goffamente l’ingiustificabile. Come ricevere in regalo Sky Calcio vedendolo “come modo per dirmi che presto si trasferirà a casa mia!” o autoconvincersi sulle note di È l’uomo per me in imbarazzanti siparietti, dopo aver ricevuto insulti interpretati come complimenti (“Perché hai tagliato i capelli? Era l’unica cosa bella che avevi!”) oscillando da un umorismo elegante – a tratti ricorda quello disincantato di Franca Valeri – a battute più truci, come annegare i dispiaceri del suo lui nella felicità di un “soffocone” (fellatio). E avanti così, quale eterna indecisa nei confronti di un conclamato narcisista, a proseguire attraverso prove inesistenti (“Lui torna sempre da me alla fine perché solo io lo so capire”) o domande da non fare mai in una relazione (“Ma noi, che cosa siamo?”).

Giacometti sfodera tutto il suo istrionismo, infarcito da tic, nevrosi e ammiccamenti, coinvolgenti e interattivi col pubblico, reggendo il monologo sulle voci del “demone di una donna” che spunta nel silenzio quando qualcosa non va, sciorinando colorati commenti alla ricerca di indizi sui social per avvalorare tesi da spionaggio, o in spensierati personaggi evocati nel suo racconto, dalla classica vicina di casa impicciona agli astratti rimedi contro lo stress consigliati da un’amica zen e i suoi angeli.

Un climax tragicomico fino al cambio di registro quando, dopo un quadretto sulle note di Bugiardo e incosciente, si chiude idealmente la prima fase da vittima e si aprono la sedute con una occhialuta psicologa, interpretata con piglio di marchesiniana memoria. Grazie a lei, dall’idealizzazione del partner, la nostra vittima comincia a scoprire cos’è invece la schizofasia o gaslighting – forma di manipolazione psicologica nella quale vengono presentate false informazioni con l’intento di far dubitare della propria memoria e percezione – fino al bullshitting e al Peter Panning.

“Chiunque sia lui, tu gli hai permesso di rovinarti la vita, alterando la realtà per sopportare un terrorista emotivo che fa di tutto per destabilizzarla!” Questo l’imperdonabile inganno da sfatare con se stessi nei confronti di “un uomo in multiproprietà, possessivo e distruttivo”. Motivazioni che portano a poco a poco anche il pubblico a uscire da questa sorta di sindrome di Stoccolma in cui era idealmente entrato. Una doccia gelata che, tra risate anche amare, stimola alla volontà del cambiamento. 

Da caratterista generica a psicologa esperta di amore tossico, Giacometti sa essere sagace e magnetica in alcuni momenti rispetto ad altri più prevedibili, ma sempre spassosi. Il risultato è un monologo molto godibile che strizza l’occhio alla migliore stand up ma senza particolari colpi di scena, trovando tuttavia il suo punto di forza nella condivisione e nel riconoscimento di una situazione che tutti almeno una volta nella vita, a diversi livelli, abbiamo attraversato. 

Forse con l’unico limite del punto di vista femminile, dato che la situazione riguarderebbe anche gli uomini. Forse perché è luogo comune che siano le donne a volere l’amore a tutti i costi? Forse. Non è un caso che una delle scene madri sia la citazione, con tanto di sound design, dell’inseguimento di Willy Coyote e Beep Beep. Come a ribadire che in amore vince chi fugge e questa pare restare una grande verità. E allora, con questa consapevolezza, per il lieto fine c’è solo da cambiare ruolo. No, non fare la parte dell’uomo. Però quella di Beep Beep, sì. Oppure ci si può salvare con un surrogato più sano di qualsiasi relazione umana: l’eterna fedeltà di un amico a quattro zampe – sottolineando così una dedica speciale alla sua cagnolina Mafalda, recentemente scomparsa.

©Luca Cecchelli


La recensione si riferisce alle repliche di Surrogato portate in scena lo scorso 3 e 4 febbraio nello Spazio Laboratorio di Roberto Cajafa a Milano.

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